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Le nostre parole permettono, a chi le ascolta, di comprendere lo stato d’animo del nostro cuore. Infatti, ciascuno di noi è in grado di immaginare o, perlomeno, di cercare di farsi un’idea circa quanto l’altro stia provando, osservando le espressioni del suo volto ed il linguaggio del suo corpo in generale. Tuttavia nessuno di noi è in grado di entrare nelle profondità dell’anima altrui se non ascoltando le sue parole sincere, pronunciate senza alcuna censura.

Il salmo 22 ha proprio tale capacità, quella di descrivere il grido sincero di un uomo, anzi di due. Il salmo infatti esprimerà le emozioni del suo autore sovranamente ispirato, creando un ponte spazio-temporale tra Davide ed il figlio di Davide per eccellenza, ossia il Messia. Questo ponte delineerà il modo in cui leggeremo e rifletteremo su questo salmo drammatico e meraviglioso nel contempo. In esso vedremo 3 stati d’animo di un cuore che confida in Dio durante la prova: la disperazione (1-10), la supplica (11-21) e l’adorazione (22-31)

1° La disperazione

Salmo 22: 1-10 Al direttore del coro. Su «Cerva dell'aurora». Salmo di Davide. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Te ne stai lontano, senza soccorrermi, senza dare ascolto alle parole del mio gemito! 2 Dio mio, io grido di giorno, ma tu non rispondi, e anche di notte, senza interruzione. 3 Eppure tu sei il Santo, siedi circondato dalle lodi d'Israele. 4 I nostri padri confidarono in te; confidarono e tu li liberasti. 5 Gridarono a te, e furon salvati; confidarono in te, e non furono delusi. 6 Ma io sono un verme e non un uomo, l'infamia degli uomini, e il disprezzato dal popolo. 7 Chiunque mi vede si fa beffe di me;
allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: 8 «Egli si affida al SIGNORE; lo liberi dunque; lo salvi, poiché lo gradisce!» 9 Sì, tu m'hai tratto dal grembo materno; m'hai fatto riposar fiducioso sulle mammelle di mia madre. 10 A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre.

Nonostante questo salmo possegga diversi riferimenti messianici, non dobbiamo tuttavia dimenticare che descrive anche dei sentimenti reali di Davide mentre sperimentava dei periodi difficili. Al culmine della sua disperazione grida a Dio, chiedendogli se lo ha dimenticato. Dai libri di Samuele e dai Salmi comprendiamo chiaramente che quest’uomo aveva posto la propria fiducia in Dio, gli aveva dedicato la vita e consacrato le sue scelte più importanti. Ma a questo punto della sua disperazione non riesce più a sentire la vicinanza del suo Dio. Quando usa il termine “dimenticato”, sta esprimendo la sua sensazione di totale abbandono.

Anche se Davide è in un tale stato di disperazione, non perde di vista chi Dio sia. Egli è santo, privo di peccato, incapace di commettere qualsiasi errore. Tale consapevolezza era stata convalidata dall’esperienza di Israele. Dio ha sempre dimostrato di essere fedele e degno di fiducia ed è stato lodato da Israele ogni qual volta li ha soccorsi nel momento del bisogno. Nonostante tale consapevolezza il re, osservando le proprie circostanze ed essendo sopraffatto dallo sdegno dei suoi nemici, non poteva scorgere alcuna risposta alla sua supplica personale. Era maltrattato e fatto sentire come il peggiore essere umano; infatti, paragona sé stesso ad un verme indifeso e inutile. Guardandosi intorno non è in grado di notare altro che il disprezzo delle persone. Ciò nonostante è perfettamente consapevole di far parte di un popolo speciale e di essere stato scelto da Dio ed elevato al di sopra di tale popolo, in totale dipendenza da Lui, sin dalla sua giovinezza. Davide ricorda, in un dialogo profondo con Dio, che persino prima della sua nascita la mano divina lo guidava. Egli infatti lo aveva creato nel grembo materno e aveva stabilito che fosse allevato in una famiglia fedele, attraverso cui aveva imparato a confidare in Lui.

Questi versetti potrebbero ricordarci dei momenti in cui ci siamo sentiti allo stesso modo: abbandonati, troppo piccoli per ricevere l’attenzione di Dio, dimenticati dopo anni di dipendenza e fiducia. Se così fosse, abbiamo un motivo in più per leggerlo con particolare attenzione.

Eppure questo Salmo non parla unicamente di Davide. Quando lo scrisse, non aveva altro punto di riferimento che la propria fiducia in Dio completamente frastornata ed il fatto che Dio stesso lo aveva ispirato a scrivere. Ma noi possediamo una luce di gran lunga maggiore. Mentre leggiamo questi versetti, il riferimento al modo in cui Cristo fu trattato durante la Sua crocifissione e l’agonia dovuta alla separazione da Dio diventano molto evidenti.
Il salmo 22, chiamato anche il Salmo della Croce, descrive la crocifissione e le sofferenze del Signore Gesù Cristo in un modo accurato e minuzioso più di qualunque altro brano della Bibbia. Esso è in grado di mostrare i pensieri e la vita interiore del Signore Gesù Cristo.

Possiamo vederci l’agonia della sua passione, mentre la Sua anima viene messa a nudo.
Nei quattro Vangeli viene riportato l’evento storico della Sua morte e alcuni dei dettagli relativi alla Sua crocifissione, ma solo nel Salmo 22 sono riportati i Suoi più intimi sentimenti, le emozioni ed i pensieri della Sua anima quando divenne il sacrificio per i peccati del mondo. Il Salmo si apre con questo grido, il grido disperato di un Uomo meraviglioso ed unico, che si trova ora solo ed abbandonato da Dio.

Matteo 27:46 “E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?» cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»”

Quando Gesù pronunciò con tutta la forza che poteva quelle stesse parole di Davide sulla croce, per Lui erano reali. Non stava unicamente cantando un salmo. Dio aveva distolto lo sguardo e riversato la Sua ira sul proprio Figlio, che stava portando il peso mortale dei nostri peccati.

Gesù il Messia aveva dall’eternità passata vissuto in un’unità perfetta e santa con Dio Padre, per questo adesso la separazione era estremamente devastante per Lui. Tale stato d’animo era stato da lui pregustato mediante la preghiera e l’agonia nel giardino del Getsemani. Gesù comprendeva perfettamente la conseguenza orribile del portare il nostro peccato. Gesù, Dio veramente Dio, il Figlio dell’Uomo senza peccato, ha sperimentato l’abbandono totale del Padre, in modo che potessimo essere riconciliati con Dio e non essere abbandonati da Lui.

1 Pietro 2:24 Egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le sue lividure siete stati sanati.
2 Corinzi 5:21 Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.

La guarigione di cui Pietro parla riguarda il peccato di cui tutti siamo contagiati e che ci separa da Dio. Mediante il principio della doppia imputazione, noi tutti eravamo potenzialmente su quella croce mentre Gesù moriva, così come mediante la fede nella Sua vita perfetta possiamo essere perdonati e giustificati.

Giovanni il battista affermò di Lui Giovanni 1:29/b Ecco l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo!

L’agnello era l’animale offerto sull’altare, l’agnello fu il sostituto la notte della prima pasqua.
In qualità di agnello perfetto sopportò il peso di una totale umiliazione, sapendo che soltanto Lui poteva provvedere il sacrificio in grado di ottenere il perdono per i nostri peccati e permettere, a chi avrebbe creduto in Lui, di essere dichiarato giusto, in modo non solo di scampare al giudizio, ma da essere in grado di godere una vera relazione con il Padre.

Egli fu l’unico a poter pronunciare, a ragione, queste parole Giovanni 8:29 Colui che mi ha mandato è con me; egli non mi ha lasciato solo, perché faccio sempre le cose che gli piacciono.

Il Padre era sempre con Lui. Quando fu imprigionato, mentre veniva picchiato ed umiliato dai suoi concittadini e dai soldati romani, perfino mentre veniva inchiodato sulla croce.
Ma Gesù, in quel momento drammatico, fu abbandonato da Dio. Sulla croce, in quelle ultime tre ore di vita, mentre il sole si oscurava in modo sovrannaturale, fu reso peccato.
Fu abbandonato dal Padre mentre rendeva la Sua anima un’offerta per il mio e il tuo peccato. Noi non siamo in grado di comprendere pienamente che cosa significhi essere abbandonati da Dio, sappiamo però che secondo Romani cap. 1 la manifestazione più drammatica dell’ira divina è proprio l’abbandono, essere lasciati soli, non riuscire realizzare la presenza di Dio. Gesù ha rinunciato alla Sua posizione con il Padre in modo tale che noi non fossimo abbandonati, come avremmo ben meritato.

Isaia 53:7 Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la bocca. Come l'agnello condotto al mattatoio, come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì la bocca.

Gesù non si lamentò mai. Al suo processo rimase in silenzio. Non disse nulla mentre lo picchiavano o mentre lo inchiodavano alla croce. Ma quando subì il giudizio di Dio, quando Gesù prese i nostri peccati su di sé gridò: “Perché mi hai abbandonato?”
Tale grido è l’espressione più intensa della sua sofferenza, aggravato dall’angoscia della Sua innocenza, della Sua vita santa. È un terribile e agonizzante grido della solitudine nella Sua passione! Lui era solo. Era solo con i peccati del mondo su di Lui.

Non saremo mai in grado di comprendere pienamente cosa potesse provare il Signore Gesù in quel terribile momento, quando la comunione perfetta che esisteva dall’eternità col Padre celeste fu interrotta a causa dei miei e dei tuoi peccati che gravavano su di Lui.

Gesù si caricò dei peccati di tutta l’umanità divenendo Egli stesso peccato e subendone il castigo. Lo fece per amore, perché ama te e me. Tu come risponderai all’offerta di quest’amore? Rimarrai indifferente? Sappi che Gesù soffrì tutte queste cose per te, per darti la possibilità, mediante la fede in Lui, di essere perdonato e riconciliato con il Padre divino.

Romani 8:32 Colui che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per noi tutti, non ci donerà forse anche tutte le cose con lui?

Anche noi a volte possiamo sentirci “abbandonati da Dio”. Tale sentimento è reale?
È possibile che Dio, che ha mandato Suo figlio a morire per i nostri peccati, ci abbandoni?
È vero, ci sono delle occasioni in cui ci sentiamo completamente abbandonati e totalmente schiacciati dagli altri, ma tali sensazioni sono completamente fuorvianti. Come vedremo, Davide non si scoraggiò e non dovremmo farlo neanche noi.

2° La supplica

Salmo 22:11-21 Non allontanarti da me, perché l'angoscia è vicina, e non c'è alcuno che m'aiuti. 12 Grossi tori mi hanno circondato; potenti tori di Basan m'hanno attorniato; 13 aprono la loro gola contro di me, come un leone rapace e ruggente. 14 Io sono come acqua che si sparge, e tutte le mie ossa sono slogate; il mio cuore è come la cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere. 15 Il mio vigore s'inaridisce come terra cotta, e la lingua mi si attacca al palato; tu m'hai posto nella polvere della morte. 16 Poiché cani mi hanno circondato;
una folla di malfattori m'ha attorniato; m'hanno forato le mani e i piedi. 17 Posso contare tutte le mie ossa. Essi mi guardano e mi osservano: 18 spartiscono fra loro le mie vesti e tirano a sorte la mia tunica. 19 Ma tu, SIGNORE, non allontanarti, tu che sei la mia forza, affrettati a soccorrermi. 20 Libera la mia vita dalla spada, e salva l'unica vita mia dall'assalto del cane; 21 salvami dalla gola del leone. Tu mi risponderai liberandomi dalle corna dei bufali.

Il Salmo continua con la richiesta di Davide al suo Dio di rimanergli vicino. Lui è perfettamente consapevole della forza e della crudeltà dei propri nemici e dei pericoli nei quali potrebbe incombere, tuttavia è risoluto nel desiderare la vicinanza del suo Dio.
Ha imparato per esperienza personale che in qualsiasi circostanza si venga a trovare c’è soltanto una via d’aiuto per eccellenza, una fonte che non potrà mai deluderlo.

Ogni qual volta, apparentemente, Dio sembra non intervenire nel dolore e nella sofferenza che persone crudeli amano procurarci, non è a causa dei Suoi limiti. Egli ha tutto il potere e l’abilità di venire in nostro soccorso. Quando non lo fa significa che, nel Suo amore, sta scegliendo per noi una strada differente a quella che noi stessi sceglieremmo. Spesso non saremo in grado di comprendere tutti gli scopi di Dio, ma dovremmo continuare a confidare in Lui.

Infatti, perfino per Gesù la strada delineata dal Padre era, umanamente, ben diversa da quanto ciascuno di noi avrebbe mai immaginato o pensato. Tale strada lo conduceva verso una morte atroce e questa porzione di Salmo la descrive minuziosamente.
In essa si evidenziano sia i Suoi aguzzini che l’agonia che erano in grado di provocargli.
Vengono descritti i capi religiosi, gli uomini di governo di quel tempo che si erano coalizzati per condannarlo, ed i soldati romani che Lo stavano crocifiggendo. Li descrive come bestie feroci che lo stavano dilaniando, paragonando a ciò le sofferenze che gli infliggono i suoi tormentatori. Lui infatti potrà osservare i soldati giocarsi a sorte le sue vesti e vedere lo sguardo fisso di coloro che erano compiaciuti della sua morte. Queste parole descrivono accuratamente la Sua condizione sulla croce, fatto straordinariamente sorprendente se si considera che la crocifissione non era né usata né conosciuta al tempo in cui questo salmo fu scritto. Essa infatti fu inventata dai persiani diversi secoli dopo, copiata poi da Alessandro Magno ed introdotta nel mondo ellenico ed infine “perfezionata” dai romani.
La crocifissione toglieva la linfa vitale alla persona condannata. Essa perdeva le sue forze, la capacità di sostenersi lo abbandonava e moriva così soffocata. Disidratazione e totale sfinimento erano la lenta agonia che questo brutale metodo di esecuzione infliggeva alle vittime. Quando il centurione finalmente decideva che la sofferenza del condannato era sufficiente, comandava di spezzargli le ossa delle gambe per accelerarne la morte, così che non potesse farsi forza per alzare il tronco e respirare.

Ma Gesù non morì in questo modo. Come questo salmo predice, le Sue ossa non furono rotte perché fu Gesù a rimettere la propria vita. Luca 23:46 Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio”. Detto questo, spirò.

Nel Salmo afferma: “il mio cuore è come la cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere.”
Noi oggi sappiamo che è morto per rottura cardiaca (lacerazione del tessuto per un forte stress). Molti patologi moderni lo hanno affermato, senza dubbio alcuno, in base alla descrizione minuziosa di Giovanni 19:34 ma uno dei soldati gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua. Se infatti fosse morto per asfissia sarebbe uscito solo un piccolo rivo di sangue, mentre per lacerazione cardiaca il sangue si coagula rapidamente e si separa dal plasma.

Isaia 53:5 Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.

Le Sue mani, i Suoi piedi ed il Suo fianco furono trafitti per le nostre trasgressioni. Gesù morì affinché l’abisso della separazione tra noi e Dio potesse essere colmato per noi da quella croce che separò il Padre dal Figlio. Il Suo sacrificio, fatto una volta per sempre, ha provveduto il solo pagamento accettevole per nostri peccati. Tutti coloro che smettono di confidare in se stessi, riconoscendo il loro totale stato di peccato, per confidare nell’opera completamente compiuta sulla croce dal solo perfetto Figlio di Dio diventano immeritatamente figli di Dio.

Se crediamo in Lui siamo i Suoi discepoli, come dovremmo comportarci nelle nostre prove?

Ebrei 12:2-3 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio. 3 Considerate perciò colui che ha sopportato una simile ostilità contro la sua persona da parte dei peccatori, affinché non vi stanchiate perdendovi d'animo.

Gesù ci insegna a guardare al di là delle prove, del dolore, della fatica, dell’umiliazione per concentrarci sullo scopo finale. La gioia di Gesù, nel mezzo della Sua sofferenza, era sapere che grazie ad essa avremmo potuto realizzare la riconciliazione con il Padre e godere della relazione che altrimenti non avremmo mai potuto avere, se non per il Suo sacrificio. Forse non comprenderemo mai nel dettaglio gli scopi che Dio si è prefissato per noi, ma di certo, le finalità per cui permette che una prova coinvolga la nostra vita includono la nostra santificazione, il servizio nei confronti di chi ci circonda e la Sua gloria.

3° L’adorazione

Salmo 22:22-31 Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea. 23 O voi che temete il SIGNORE, lodatelo! Voi tutti, discendenti di Giacobbe, glorificatelo,
temetelo voi tutti, stirpe d'Israele! 24 Poiché non ha disprezzato né sdegnato l'afflizione del sofferente, non gli ha nascosto il suo volto; ma quando quello ha gridato a lui, egli l'ha esaudito. 25 Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea; io adempirò i miei voti in presenza di quelli che ti temono. 26 Gli umili mangeranno e saranno saziati; quelli che cercano il SIGNORE lo loderanno; il loro cuore vivrà in eterno. 27 Tutte le estremità della terra si ricorderanno del SIGNORE e si convertiranno a lui; tutte le famiglie delle nazioni adoreranno in tua presenza. 28 Poiché al SIGNORE appartiene il regno, egli domina sulle nazioni. 29 Tutti i potenti della terra mangeranno e adoreranno; tutti quelli che scendon nella polvere e non possono mantenersi in vita s'inchineranno davanti a lui. 30 La discendenza lo servirà; si parlerà del Signore alla generazione futura. 31 Essi verranno e proclameranno la sua giustizia, e al popolo che nascerà diranno com'egli ha agito.

Davide ha iniziato questo salmo gridando a Dio. Non ha cercato di nascondere o minimizzare la sua angoscia. Ma nonostante si fosse sentito abbandonato, ma non ha mai perso di vista Dio. Lo ha implorato e supplicato di stargli vicino. Realizzava che i suoi nemici erano reali, che la sofferenza era schiacciante e che la sua fine sembrava ormai segnata.
Eppure non ha mai dimenticato la necessità di dipendere da Dio e non ha cercato aiuto altrove. Ora, nella terza ed ultima parte del Salmo, avviene un cambiamento radicale della situazione. La certezza della cura e dell’intervento divino lo spingono a lodarlo nel mezzo della nazione e ad invitare tutti coloro che conoscono Dio a fare altrettanto.

La lode dovrebbe essere il risultato naturale dello stupore che Dio ispira nei cuori dei suoi figli. Chi confida veramente in Lui non sarà mai deluso od abbandonato. Dio ha il controllo su tutto e coloro che confidano in Lui riusciranno a trovare in questo la fonte della propria pace. Essi sapranno che la loro afflizione non passerà mai inosservata, perché Dio ascolta ogni preghiera ed ogni pianto di coloro che ama.
La nostra lode deve iniziare durante le nostre prove. Ogni qual volta in esse dimentichiamo il Suo carattere, la Sua amorevole cura ed attenzione ai nostri bisogni Lo stiamo profondamente offendendo. Deve essere una testimonianza al mondo, che è interessato solo a sé stesso ed è senza speranza. Il nostro modo di affrontare le circostanze e di reagire ad esse dovrebbe attrarli verso Dio, non fornire loro la scusa di respingerlo a causa dall’incoerenza tra ciò che diciamo di credere e il modo in cui quelle convinzioni si manifestano nella nostra vita di tutti i giorni. Dovrebbero essere sorpresi dalla pace che manifestiamo in mezzo alle circostanze difficili, arrivando a notare la differenza con quella che sarebbe la loro reazione nelle stesse circostanze.

Tuttavia sappiamo che nel Salmo vi sono dei chiari riferimenti a Gesù Cristo. Egli fu davvero abbandonato per un tempo dal Padre. Ha dovuto realmente sopportare non solo il disprezzo e l’umiliazione degli uomini, ma soprattutto l’ira del Padre. Malgrado tutto, Gesù non perse di vista la finalità del progetto, che doveva passare attraverso tali sofferenze, pianificato prima della fondazione del mondo. Se dunque fino a questo punto ci sono state descritte le sofferenze di Cristo, ora viene descritta la gloria che deve seguire a questo grande evento.

Filippesi 2:9-11 Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.

Un giorno ognuno, morto o vivente, confesserà suo malgrado che Gesù Cristo è il Signore. Egli è eternamente Dio ed è eternamente sovrano su tutto.
Un giorno tutti lo faranno, oggi possono volontariamente farlo unicamente i veri credenti.
L’ultimo versetto evidenzia il fatto che sarà proclamata “la Sua giustizia”, non la mia o la tua, perché l’eccellenza della nostra giustizia, agli occhi di Dio, non è altro che un mucchio di panni sporchi. Gesù, morendo sulla croce, ha provveduto una giustizia completa che ha soddisfatto un Dio tre volte Santo. Tuttavia ricorda che, se la rifiuti, un giorno sarai tu a gridare l’abbandono di Dio, perché l’essenza dell’inferno consiste nell’essere abbandonati da Dio. Un abbandono che Gesù Cristo realizzò affinché tu non avessi motivo di gridare così.
Il Salmo 22 rivela il cuore del Salvatore mentre si donava per noi in espiazione per il peccato, affinché noi, come Davide, durante le prove non rimanessimo nella disperazione, ma mediante la supplica fiduciosa giungessimo alla lode.

Patrick Galasso

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Un antico proverbio ha insegnato a noi tutti che tra le cose che si dicono e quelle che poi si realizzano c’è il mare di mezzo. In altre parole, tra le due cose vi è uno spazio enorme e difficile da attraversare. Per farlo occorrerà intraprendere un viaggio faticoso, pieno di incognite e di pericoli. Questo proverbio riguarda ovviamente tutte le persone, ma in particolar modo coloro che hanno la responsabilità di parlare molto e di far precedere le parole alle scelte che compiranno. Secondo un sondaggio ufficiale effettuato recentemente, il nostro governo incassa unicamente il 33,3 % della fiducia dei propri cittadini mentre soltanto il 14,6% degli italiani ripone ancora piena fiducia nella politica in generale. È scontato che tutte le parole dette da un politico, sia esso di destra o di sinistra, non potranno mai essere pienamente rispettate. Il proverbio iniziale infatti ci ricorda che la fatica, le incognite e le avversità lo renderanno a volte impossibile. Tuttavia, spesso la colpa non è da attribuirsi alle difficoltà del “mare” ma alla volontà dei marinai che dovranno attraversarlo, per nulla impegnati ad affrontare con costanza e coerenza questo simbolico “viaggio”. È normale pertanto che, se dalle parole non passano ai fatti, la stima e la fiducia posta in tali persone verrà inesorabilmente meno. Non possiamo tuttavia non considerare anche altre categorie di persone. Spostando lo sguardo dalle guide della Nazione, ci accorgiamo che molte altre persone utilizzano moltissimo le proprie parole. Pensiamo a coloro che hanno un ruolo di autorità nella propria azienda e pertanto la responsabilità di gestire dei colleghi. Pensiamo ai pastori o conduttori nei confronti della chiesa locale di appartenenza o semplicemente a dei padri di famiglia. Anche tutti loro utilizzeranno parole per condurre altri con autorità. Tuttavia, più le scelte saranno conformi alle cose dette e maggiore sarà la stima e la credibilità che riceveranno da chi le ascolterà e dovrà agire in conformità ad esse. Entrando ancor più nel dettaglio, possiamo affermare che quanto insegnato dal proverbio iniziale riguardi non soltanto i politici, i pastori od i capofamiglia, ma bensì ogni cristiano. Sia esso uomo o donna, giovane o vecchio, con grandi o piccole responsabilità nella chiesa locale a cui appartiene è una persona che utilizza moltissimo le parole … con Dio. Lo fa ogni volta che lo adora, che prega, che innalza inni al Suo nome. Molto spesso, purtroppo, le parole dette sono ad un “mare” di distanza tra le scelte che saranno poi compiute; non tanto per le incognite della traversata ma per la sua negligenza di marinaio.

Il salmo 101, composto dal re Davide in persona, manifesta l’impegno che si era personalmente preso davanti a Dio, ossia il Re per eccellenza, affinché potesse mantenere un comportamento virtuoso. Tale impegno includeva sia la propria vita personale che la vita degli abitanti del suo regno, ossia le persone su cui era chiamato ad esercitare autorità mediante le proprie parole. Successivamente, tale salmo venne utilizzato al momento dell’incoronazione dei re successivi, come impegno ed auspicio che ne seguissero le orme e le indicazioni. Ovviamente, soltanto il Re davidico per eccellenza, ossia Gesù, potrà mantenere in modo perfetto gli impegni presi davanti a Dio ed adempiere in modo completo questi propositi. Possiamo esserne certi perché ha sempre mantenuto ogni Sua promessa. Ogni sua affermazione è sempre stata accompagnata da segni miracolosi che la confermassero. Quella più importante da ricordare è Giovanni 11:25 Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà. Tale parola fu confermata non soltanto dalla resurrezione di Lazzaro, ma dalla Sua stessa capacità di riprendersi la vita sconfiggendo definitivamente l’autorità della morte sugli uomini a causa del peccato.

Nonostante quanto detto, il re Davide mediante soli 8 versetti ci mostrerà 2 propositi di un’autorità che Dio approva e benedice:
1° l’integrità nella vita personale (1-4) – 2° correttezza nei confronti delle persone che governa, premiando i giusti (6) e punendo i malvagi (5, 7-8)

Tutto il salmo è scritto con verbi coniugati al futuro, proprio come se fossero degli impegni presi davanti a Dio che condizionino le sue scelte di vita.

1° proposito: l’integrità nella vita personale

Salmo 101:1 Salmo di Davide. Canterò la bontà e la giustizia; a te, o SIGNORE, salmeggerò.

Poiché ogni salmo è un inno, Davide inizia con parole di adorazione. Lui conosce i caratteri che Dio che ama e che vuole esaltare. Ma non si ferma alle semplici parole, non è una propaganda elettorale. Mediante esse infatti prende delle decisioni piuttosto chiare da attuare nella sua vita personale. Questo ci ricorda che la consapevolezza di essere amati da Dio ed essere sempre trattati con una miscela perfetta di giustizia e di bontà avrà un profondo impatto sulle decisioni che prenderemo e sul nostro comportamento.

Salmo 101:2 Avrò cura di camminare nell'integrità; quando verrai a me? Camminerò con cuore integro, dentro la mia casa.

Nella seconda parte del salmo si evince ciò che il re chiedeva e pretendeva dal suo popolo, tuttavia tali cose dovevano essere chiaramente riscontrabili anche e soprattutto nel re stesso.
Se era normale per le autorità pagane pretendere dagli altri ciò che non si era disposti minimamente a fare non lo era per un re come Davide. Alcuni re pagani erano convinti di essere delle divinità, pertanto al di sopra di ogni legge morale. Altri avevano divinità dalla valenza morale distorta e plasmata da coloro la cui mente li aveva concepiti, in quanto si trattava comunque di idoli scaturiti dalla fantasia umana. Ma per un re che aveva avuto il privilegio, come Davide, di sperimentare la fedeltà del proprio Dio sul campo di battaglia contro Golia, oppure di verificarne la santità nel modo in cui era stato severamente punito il proprio predecessore come Saul, questi aspetti divenivano fondamentali. Lui era ben consapevole di essere un’autorità sottoposta al vero Dio. Inoltre, la sua obbedienza era indissolubilmente legata all’amore ed alla riconoscenza nei confronti del proprio Signore.
Ecco quindi che ciò che si aspetterà dai propri sudditi sarà chiaramente per primo vissuto dal re. Lui ne sarà modello ed esempio per tutti. Ma realizzando con umiltà di non essere all’altezza dell’impegno che il proprio cuore desidera prendersi davanti a Dio, lo supplica di poter realizzare e percepire il coinvolgimento divino nelle scelte della propria vita e nelle scelte che, con autorità responsabile, dovrà svolgere per la Sua gloria ed il bene dei propri sudditi. D’altro canto, non si limita a chiedere ma si impegna ad agire. Infatti, il suo impegno riguarderà innanzitutto l’integrità vissuta nella propria famiglia. Possedere un cuore integro significa assolutamente onesto, non sminuito da colpe o da azioni disonorevoli. Per Davide era fondamentale valutare attentamente la propria vita, in modo da non essere accusato di cose gravi. La sua vita sarà pertanto contraddistinta da pensieri e decisioni chiaramente ben definite. Afferma perciò che la sua integrità sarà di primaria importanza e per viverla comincerà dalla sua casa. Nella nostra casa, in mezzo alla cerchia di persone che ci conosce davvero, è molto più difficile nascondere le nostre vere motivazioni ed i nostri comportamenti. Davide desiderava che la sua famiglia fosse in grado di osservare e riconoscere la sua integrità dal modo in cui viveva. Voleva che la sua vita fosse motivata dalle cose che avevano valore agli occhi di Dio.

La nostra conoscenza di Dio ha un simile impatto nelle nostre vite? Facciamo mai un sincero esame di coscienza per valutare le nostre vite ed essere certi che la nostra integrità sia irreprensibile? Quelli che ci conoscono bene, coloro che ci osservano da vicino, cosa possono testimoniare circa il nostro comportamento? Quando diamo la nostra parola la manteniamo? Il nostro comportamento fuori casa corrisponde a quello in casa? La nostra vita è contraddistinta da decisioni e scelte attente a glorificare Dio ed osservare la Sua parola? Se abbiamo autorità, la utilizziamo per offrire agli altri un servizio costante e sacrificale verso gli altri?

Salmo 101:3-4 Non mi proporrò nessuna cosa malvagia; detesto il comportamento dei perversi; non mi lascerò contagiare. 4 Allontanerò da me il cuore perverso; il malvagio non voglio conoscerlo.

Ancora una volta, il re giusto non ha 2 pesi e 2 misure. Se vorrà proporsi di gestire con rettitudine il regno che gli è stato affidato direttamente dal Signore, dovrà impegnarsi non solo a non commettere gli stessi errori, ma a detestarne l’essenza. Sia essa manifestata nella sua persona oppure in coloro che sono intimamente legati a lui. Il malvagio è colui che compie il male compiacendosi o restando indifferente alle conseguenze che esso provoca, mentre il perverso è intimamente ed ostinatamente incline a fare il male, provandone un perfido compiacimento. Il desiderio di Davide era mettere da parte qualsiasi cosa che non avesse valore. Non invidiava o frequentava chi non condivideva i suoi valori e desideri. Voleva semplicemente avere un cuore puro.

Il nostro distacco e l’odio per il male è evidente nella nostra vita?

Davide continua evidenziando il proprio impegno affinché, mediante la propria autorità, possa influenzare positivamente coloro che erano a lui sottoposti.

2° proposito: correttezza nei confronti delle persone che governa

a) premiando i giusti

Salmo 101:6 Avrò gli occhi sui fedeli del paese per tenerli vicini a me; chi cammina per una via irreprensibile sarà mio servitore.

Davide preannuncia che nel suo regno non ci sarà un unico trattamento, uguale per tutti. A volte tale comportamento è sinonimo di scorretta discriminazione, altre volte invece è sinonimo di giustizia. Potrà permettersi di perseguire con determinazione tale metro di giustizia perché è stato il primo a sottoporre se stesso e la propria casa al medesimo modello di condotta. Non potrà mai essere accusato di ipocrisia o di favoritismo. Ma vi è di più in questa sezione del salmo. Dato che i suoi sudditi erano delle persone con cui avrebbe costruito una relazione, il salmo evidenzia che per Davide era fondamentale non solo il suo comportamento, ma anche la scelta degli amici che aveva e delle persone di cui amava circondarsi. Solo Dio non subisce l’influenza altrui, un re invece sì. Nei versetti 3 e 4 Davide ha affermato che sarebbe stato attento nello scegliere chi avrebbe avuto influenza nella sua vita. Egli non voleva acquisire nessuna caratteristica malvagia e non voleva essere influenzato da coloro che non condividevano i suoi obiettivi e desideri. Al contrario, il suo desiderio era permettere a coloro che erano spirituali di avere un impatto dinamico su di lui.
Ecco quindi che agire fedelmente nel suo regno comportava il privilegio di essere non solo dei servi di Davide, ma degli amici su cui lui stesso poteva contare.

Gesù stesso, il Re per eccellenza, fece un discorso simile ai suoi discepoli prima della sua morte Giovanni 15:15 Io non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo signore; ma vi ho chiamati amici, perché vi ho fatto conoscere tutte le cose che ho udite dal Padre mio.

B) punendo i malvagi

Salmo 101:5 Sterminerò chi sparla del suo prossimo in segreto; chi ha l'occhio altero e il cuore superbo non lo sopporterò.

Sparlare significa parlare male di qualcuno, essere un maldicente. Avere l’occhio altero significa essere di animo orgoglioso, superbo, arrogante. Davide dichiara pertanto che nel luogo sottoposto alla sua autorità non saranno tollerate né le diffamazioni né la superbia del cuore.

Salmo 101:7 Chi agisce con inganno non abiterà nella mia casa; chi dice menzogne non potrà restare davanti ai miei occhi.

L’inganno è uno stratagemma fatto allo scopo di trarre in errore qualcun altro e di porlo quindi in condizioni disagiate, sfavorevoli. La menzogna non è altro che affermare il falso o comunque alterare la verità. La verità pertanto dovrà essere uno dei segni distintivi della propria casa, ossia della cerchia più intima delle sue relazioni. Se la sua casa fosse stata priva di verità non avrebbe retto davanti al Dio di verità ed il proprio regno sarebbe presto crollato. Purtroppo per Davide fu un ottimo re, un eccellente condottiero, un ispirato adoratore ma un pessimo padre (non agì con correttezza con i suoi 2 figli. ossia Amnon lo stupratore della sorella Tamar ed Absalom, l’assassino di Amnon). Pertanto, il suo regno ne subì presto le conseguenze.

Quanto siamo attenti nelle nostre scelte di chi influenza noi e la nostra famiglia? A volte preferiamo trascurare il comportamento empio di alcuni, spinti dal vantaggio che potremmo trarre dalla loro amicizia, piuttosto che allontanarlo da noi e dai nostri cari. Le nostre case dovrebbero essere aperte ad influenze positive e messe in condizione di riconoscere quelle negative.

Salmo 101:8 Ogni mattina sterminerò tutti gli empi del paese per estirpare dalla città del SIGNORE tutti i malfattori.

L’empio è una persona priva di pietà religiosa, ossia che non ha fatto un patto con Dio. Che ha scelto, nonostante fosse un israelita, di vivere trascurando la volontà del Dio di Israele. Per estensione, con tale termine si può designare anche un uomo senza pietà, malvagio, crudele, scellerato. Il suo impegno era pertanto mantenere la santità in Gerusalemme prima e poi in Israele.

Davide ci ha mostrato i suoi propositi come Re davanti a Dio. Sicuramente i nostri politici e le guide della Nazione avrebbero molto da imparare da lui. Tuttavia non sta a noi giudicarli, renderanno conto a Dio del loro operato. Ma se siamo dei cristiani ed abbiamo una responsabilità come pastori, conduttori o padri di famiglia dobbiamo sempre tenere a mente che le nostre scelte condizioneranno sempre le persone su cui abbiamo autorità e responsabilità. Dobbiamo pertanto ricordare che siamo chiamati ad essere dei buoni “marinai”, impegnandoci personalmente ad essere integri e corretti. Solo in tal modo potremo attraversare il “mare” che separa le nostre parole dalle nostre azioni.

Forse al momento non rivesti alcun ruolo autorevole, eppure, senza che tu te ne renda conto, eserciterai sempre una sottile autorità su chi ti circonda. Tale autorità si chiama influenza. Non parlo del virus, ma della capacità di inserire nella mente e nella coscienza altrui dei principi positivi o negativi. Mentre vivi la tua vita, ti preoccupi di influenzare in modo positivo le persone intorno a te? Ricorda: la tua dedizione nei confronti di Dio dovrà influenzare le decisioni che prenderai, gli amici che sceglierai e l’effetto che avrai sugli altri.

Patrick Galasso

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