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Per noi è complesso far collimare l’idea di un Dio sovrano e nel contempo buono ed amorevole perché, secondo la nostra logica, se è buono e ci vede soffrire allora è impotente davanti al dolore, mentre se può agire e non lo fa è crudele. Non può avere entrambi i caratteri insieme. Le due cose, ai nostri occhi, non possono coesistere.

Siamo Uomini che soffrono nelle mani di un Dio sovrano e ci siamo finora posti 5 domande davanti al dolore:
La sovranità di Dio è veramente assoluta?
Si. Ha il controllo illimitato su ogni minimo dettaglio delle nostre esistenze.
Come gestisce la sua sovranità?
I° Mediante una saggezza infinita … perché Lui non spera mai di aver fatto la scelta giusta, sa già di averla compiuta.
II° In modo profondamente amorevole … perché se Dio ci ha amato quando eravamo lontani da Lui, ancor più ci amerà ora che siamo stati riconciliati con Lui “in Cristo”.
Su cosa si estende il Suo dominio?
I° Sulla natura … perché, nonostante il mondo si trovi sotto maledizione, non lo ha abbandonato a sé stesso. Dio continua a governarlo e controllarlo nel minimo dettaglio.
II° Sui cuori delle persone … perché è in grado, senza violentarne la personalità, di farci compiere scelte libere e volontarie che contribuiscano al compimento del disegno divino.
L’uomo resta ugualmente responsabile davanti a Lui?
Si. Dio è in grado di compiere il suo progetto lasciando che ogni persona agisca esattamente come vorrebbe, rimanendo spiritualmente e moralmente responsabile delle proprie scelte.
Posso realmente fidarmi di Lui?
Si. Anche se non capisco e spesso non condivido ciò che sta permettendo nella mia vita, Lui sa cosa sta facendo. Dio capisce il mio dolore, mi ama veramente e posso essere certo che utilizzerà la sua sovranità con bontà nei miei confronti.

Oggi ci porremo quest’ultima domanda: Perché permette la sofferenza dei Suoi figli?
I° Per farci maturare / II° Per rafforzare la nostra fede / III° Per fortificare la nostra adorazione attraverso la riconoscenza

Per farci maturare

Giacomo 1:2-4 Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, 3 sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. 4 E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.

L’autore di questa lettera è il fratellastro di Gesù, una delle 3 colonne della chiesa di Gerusalemme insieme a Pietro e Giovanni. Secondo lo storico Giuseppe Flavio, subì il martirio nel 62 d.C. Conobbe quindi per esperienza diretta la sofferenza più atroce.
I destinatari della lettera sono i credenti di origine giudaica, dispersi a motivo delle agitazioni politiche causate dalla scelta di Erode Agrippa, il quale, come riportato in Atti 12, decise di mettere a morte l’apostolo Giacomo e di perseguitare i cristiani per conquistare un maggior favore da parte del popolo su cui regnava. A tali persone scrive affermando che avrebbero dovuto imparare a vedere gli eventi della vita sotto un’ottica completamente differente. Infatti, la naturale reazione umana davanti alle prove, ossia le difficoltà e le ingiustizie, non è affatto quella di “gioire” ma di preoccuparsi, scoraggiarsi o lamentarsi. Le prove hanno la naturale tendenza a sottrarci gioia, pace e serenità. L’autore, al contrario, li invita a realizzare che tali eventi non sono mai fini a loro stessi, ma sono inviati da Dio al fine di valutare ed alimentare la forza e la qualità della loro fede. Una fede provata risulterà costante, ossia perseverante e resistente fino al momento in cui Dio non stabilirà che tale peso debba essere tolto dalle spalle di colui che lo sta portando. La finalità ultima è essere resi “perfetti”. Tale termine non si riferisce ad una condizione di assenza di peccato, ma di una maggior maturazione spirituale. Infatti, gioire durante le difficoltà non ci riesce affatto né facile né quantomeno naturale. Se facciamo già fatica a sopportare il dolore, come faremo addirittura a rallegrarci per ciò che lo sta causando? Lo potremo fare soltanto se sapremo guardare oltre la circostanza e fissare lo sguardo sui benefici che tale situazione comporterà. Deve essere chiaro ai nostri cuori che Dio non ci dirà mai di rallegrarci per il dolore, ma per il risultato. Nessuno dovrà o potrà mai gioire per aver perso il lavoro, la salute, una persona cara. La gioia dovrà sempre essere legata alla fiducia in quel Dio che lo sta sovranamente permettendo, perché siamo consapevoli che ha il controllo di ogni minimo dettaglio di tale situazione e la sta usando per la sua gloria ed il nostro bene finale.

Ebrei 12:2 fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta. Per la gioia che gli era posta dinanzi egli sopportò la croce, disprezzando l'infamia, e si è seduto alla destra del trono di Dio.

L’autore di Ebrei esortava i suoi lettori a concentrarsi unicamente su Gesù, il quale era l’oggetto della loro fede e la fonte della loro salvezza. Egli era sia colui che aveva messo nei loro cuori la fede, che colui che per primo aveva iniziato e portato a termine il cammino stesso della fede. L’agonia della morte sulla croce di Gesù dal punto di vista fisico, emotivo e spirituale aveva una finalità ben precisa, la nostra redenzione. Fu tale finalità, unita alla consapevolezza di portare a termine la volontà del Padre e raggiungere la sua massima esaltazione come uomo glorificato, che costituiva la sua gioia. Tale pregustato appagamento fu ciò che gli permise di sopportare un simile dolore, scaturito all’ira del Padre per i nostri peccati.

D'altronde, che le sofferenze facciano parte di un normale processo di sviluppo degli esseri viventi è comprovato anche in natura. Si racconta di un uomo che un giorno, camminando in un bosco, notò una farfalla che cercava, lottando con tutte le proprie forze, di uscire dal proprio bozzolo. Nel tentativo di alleviare tali sofferenze, mediante un coltellino svizzero, recise il bozzolo e lo allargò. L’insetto ne uscì velocemente e senza più alcuno sforzo, tuttavia tale gesto caritatevole finì per rovinarlo per sempre. Infatti, quel faticoso processo era una parte essenziale dello sviluppo del suo sistema muscolare e serviva per immettere i fluidi del suo corpo nelle sue ali. Non potendole quindi spiegare rimasero piegate e raggrinzite. Limitare quel suo breve ma intenso dolore la rese incapace di volare e facile bottino di tutti i suoi predatori. Pertanto, la sua breve vita finì senza che potesse raggiungere lo scopo per cui da crisalide si era trasformata in farfalla.

Ecco perché non solo Giacomo, ma anche Paolo associa la nostra maturazione alla sofferenza.

Romani 5:3-4 non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, 4 la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza.

Occorre premettere che, anche in questo contesto, il dolore è conseguenza della fede in Cristo in un mondo ostile. Era la fede che, nei versetti precedenti, aveva permesso a quei romani di ottenere la giustificazione per grazia e la pace con Dio. Tuttavia, la finalità che Dio vuole farci raggiungere mediante il dolore è sempre la medesima, al di là della natura e delle motivazioni delle singole difficoltà. Il termine usato da Paolo per “afflizioni” è il medesimo a quello utilizzabile per la spremitura delle olive o dell’uva per produrre olio o vino. In pratica si tratta di torchiature, di avvenimenti non comuni ma di situazioni profondamente drammatiche. Essere esposti a situazioni ben più ardue delle normali pressioni della vita produrrà in noi “pazienza”, ossia perseveranza, la capacità di resistere e sopportare enormi pesi senza esserne schiacciati. Vi è una simbiosi invisibile che lega l’afflizione alla perseveranza. La prima ci sprona a perseverare, mentre la seconda ad affrontare l’afflizione affinché ci permetta di maturare spiritualmente. Ciò ci condurrà ad acquisire “esperienza”. Nel greco tale termine è legato al superamento della prova a cui siamo stati esposti. Pertanto, nel momento in cui avremo superato la difficoltà, avremo elementi ancora più forti per coltivare la fiduciosa “speranza” che Dio ci sosterrà anche nelle difficoltà future. In altre parole, crea un circolo “virtuoso”.

Giovanni 15:1-2 «Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiuolo. 2 Ogni tralcio che in me non dà frutto, lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto, lo pota affinché ne dia di più.

Una vite non potata produrrà un minore numero di grappoli a fronte di un elevato numero di tralci. Per poter ottenere il risultato migliore dalla propria vite, il contadino dovrà effettuare costantemente una potatura. Quanto detto per ciò che concerne l’ambito naturale è applicabile anche in campo spirituale. Nel brano in questione vi sono 2 tipi di potature, una radicale per coloro che si atteggiano da cristiani senza esserlo ed una più delicata per chi invece ha con Gesù una relazione vitale. Senza tale lavoro, rischieremmo come tralci di produrre meno frutto, a causa della nostra naturale tendenza ad occuparci di cose che non glorificano il Signore e non contribuiscono alla nostra maturazione. Una situazione dolorosa come una malattia, la perdita del lavoro, un tracollo finanziario o subire il tradimento di persone a noi care ci portano a concentrarci maggiormente su ciò che ha veramente valore eterno.

Giovanni 15:5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete fare nulla.

A differenza di quanto si ritiene vero nella nostra società, la quale punta sul “sé” alimentando indipendenza e fiducia in sé stessi, agli occhi di Dio non siamo affatto autosufficienti, perché senza Cristo non siamo in grado di fare nulla. Dio desidera che ricordiamo costantemente che è l’essere “in Cristo” che fa la differenza e per aiutarci a comprenderlo in modo sempre più profondo, il Signore ci fa passare attraverso delle difficoltà che ci aiutino a riporre più fiducia in Lui che in noi stessi. Per il credente quindi nessun dolore è mai fine a sé stesso o privo di senso. Anche se agli occhi di chi ci osserva dall’esterno le cause che lo provocano potranno apparire come ingiuste, accidentali, irrazionali od un brutto scherzo del destino, egli sa che Dio se ne serve per il nostro bene e la Sua gloria.

Galati 5:22 Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo

Il frutto dello Spirito rappresenta quegli atteggiamenti che caratterizzano coloro che hanno un rapporto personale con Dio e che sono stati da lui rigenerati mediante la fede in Cristo e per opera dello Spirito Santo. I primi 4 spicchi di tale “frutto” si sviluppano maggiormente nelle difficoltà. L’amore, inteso non come un semplice sentimento affettivo ma come un desiderio altruistico di servizio, si manifesta quando il dono di sé ha un prezzo elevato. La gioia, quel senso di pace non legato unicamente alle circostanze favorevoli, ma alla consapevolezza della grazia divina, si mostra matura quando permane nel dolore. La pace, quella calma interiore che deriva dalla certezza della cura divina, si sviluppa quando le avversità la minacciano. La pazienza, quella capacità di perseverare nonostante le offese ricevute da altri oppure le situazioni sgradevoli o dolorose, si sviluppa quando rabbia e frustrazione vorrebbero prepotentemente emergere nella nostra vita.

Poiché queste sono le Sue finalità, sappi che Dio non ti libererà dalla sofferenza fino a quando non avrà raggiunto lo scopo per cui era stata da Lui permessa.

Per rafforzare la nostra fede

Ebrei 13:5 La vostra condotta non sia dominata dall'amore del denaro; siate contenti delle cose che avete; perché Dio stesso ha detto: «Io non ti lascerò e non ti abbandonerò».

L’autore voleva mettere in guardia i lettori dall’effimera tranquillità che il denaro, in tempi di benessere, avrebbe potuto infondere nei loro cuori a scapito della fiducia in Dio. Questo piccolo versetto, nella sua forma originale, contiene 5 negazioni. A differenza delle nostre 2 esprime: “no, non lo farò, io non ti lascerò, no, non ti abbandonerò”. La forza con cui sottolinea tale concetto è estrema. Voleva che chiunque avesse ricevuto tale promessa potesse aggrapparvisi con tutte le proprie energie, che passasse questo messaggio: “non lasciare che circostanze e stati d’animo ti facciano dimenticare che io sono lì con te”.

La fede in Dio supera la comune fiducia umana. Se è istintivo, nei momenti di benessere, riporre fiducia in ciò che al momento ci dona tranquillità (denaro, famiglia, lavoro, amicizie, salute) è pur vero che tendiamo a disperarci quando le avversità demoliscono ciò in cui credevamo. Ossia quando una famiglia si spezza, il denaro finisce, il lavoro si perde, ci si ammala o si viene traditi dall’amico migliore. Ma con Dio è differente. La fede lo scorge mentre ci permette di godere del denaro, della famiglia, del lavoro, della salute e delle amicizie, in quanto realizza che si tratta delle Sue benedizioni. Eppure la fiducia in Lui resta anche quando sembra che le circostanze abbiano il controllo, perché si poggia sulla consapevolezza che Lui le stia comunque governando.

Genesi 45:8 Non siete dunque voi che mi avete mandato qui, ma è Dio. Egli mi ha stabilito come padre del faraone, signore di tutta la sua casa e governatore di tutto il paese d'Egitto.
50:20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso.

L’esperienza di Giuseppe insegna che la fede ha la consapevolezza che Dio non agisce in modo reattivo ma attivo. Lui non interviene semplicemente per cercare di sistemare le cose e far sì che ne esca qualcosa di positivo. Lui le pianifica e poi le permette affinché quella determinata difficoltà raggiunga esattamente la finalità da Lui voluta. Ecco perché fidarsi.

1 Pietro 5:6-7 Umiliatevi dunque sotto la potente mano di Dio, affinché egli vi innalzi a suo tempo; 7 gettando su di lui ogni vostra preoccupazione, perché egli ha cura di voi.

L’umiliazione comporta scegliere di non ribellarsi al piano divino nonostante la sofferenza, lo scoraggiamento ed a volte la disperazione che ne comporta. Infatti, la fede agisce in modo opposto a ciò che ci verrebbe naturale. Noi vorremmo scappare dalle difficoltà, facendoci tuttavia inevitabilmente carico di tutte le preoccupazioni che ne derivano perché non possiamo fuggire da noi stessi. Al contrario, “gettare” su Dio le nostre preoccupazioni significa credere che a volte ci farà uscire, mediante la fede, dalla prova mentre altre volte ci donerà la grazia per poter resistere mentre essa permane. Per entrambe le situazioni occorrerà il medesimo livello di fede.

Spesso la fede viene vista come un atteggiamento per persone deboli ed ignoranti, che non hanno il coraggio di affrontare le difficoltà della vita. Eppure non è affatto così. Anzi, al contrario, spesso è sinonimo di grandissimo coraggio.

1 Samuele 21:12-13 Davide si tenne in cuore queste parole e temette Achis, re di Gat. 13 Mutò il suo modo di fare in loro presenza, faceva il pazzo in mezzo a loro, tracciava dei segni sui battenti delle porte e si lasciava scorrere la saliva sulla barba.
Salmo 56:3-4 Nel giorno della paura, io confido in te. 4 In Dio, di cui lodo la parola, in Dio confido, e non temerò; che mi può fare il mortale?

Il salmo letto fu scritto a seguito della cattura di Davide da parte dei filistei in Gat, la città da cui proveniva Goliath, il gigante da lui ucciso. Dubitando della liberazione divina, per salvarsi la vita fece qualcosa di inaccettabile per la mentalità orientale, perché farsi scivolare la saliva sulla barba oltraggiava la dignità personale in modo del tutto simile a quando qualcuno gli sputava in viso. Nonostante fosse un prode guerriero, il suo coraggio non bastò per aiutarlo ad eliminare del tutto ogni preoccupazione. Eppure il salmo mostra che, nel proprio cuore, era consapevole che la sua liberazione non sarebbe avvenuta per il suo gesto di codardia ma per la grazia divina. Il salmo mostra infatti che, anche in quei momenti, la sua fede non venne meno e ad essa si aggrappò. Ma non fu la fede a mostrare la sua codardia, piuttosto, la paura si manifestò quando la fiducia in Dio vacillò.

La fiducia nel Signore non è un atteggiamento legato alla cultura, alla tradizione od alla superstizione. Non è neppure un abbandonarsi alle promesse divine da intendersi come una scelta “passiva”. Al contrario, è un atto di estrema determinazione di un cuore che decide, con vigore, di aggrapparsi alle promesse ed alle dichiarazioni divine a qualunque costo.

Salmo 50:15 poi invocami nel giorno della sventura; io ti salverò, e tu mi glorificherai».

La fede, davanti ad una dichiarazione simile, risponde: “io ti prendo in parola, io credo con tutte le mie forse che farai ciò che hai promesso con i tuoi tempi, i tuoi mezzi e nel modo che riterrai opportuno”. È una scelta forte, dinamica, fatta per contrastare le nostre scelte emotive o dettate semplicemente da logiche pragmatiche. Avere fede quindi è innanzitutto un atto della volontà, non un banale stato emotivo. Al contrario, saranno piuttosto i sentimenti ad essere influenzati dalla volontà che sceglie di fidarsi di Dio, mai il contrario. La fede sceglie consapevolmente di credere nella Sua bontà, provvidenza e sovranità e di mantenere i pensieri fissi sulle qualità che abbiamo compreso di Dio. Sceglie di non farsi dominare da sentimenti di ansia alimentata dai dubbi. Sceglie di abbandonarsi alle Sue promesse ed alle dichiarazioni che Dio fa di sé stesso nonostante i sentimenti contrastanti che sperimenteremo nelle circostanze nelle quali saremo coinvolti. Fidarsi di Dio significa accettare anche che il dolore sia presente nella nostra vita, credendo che Lui lo stia permettendo per il nostro bene e la sua gloria. Spesso, la preghiera della fede sarà: “scelgo ancora di fidarmi di Te, anche se non lo sento, anche se non ne avrei voglia, anche se ho paura”.

Poiché la fede è sempre un esercizio della volontà, non vi sarà mai una stagione della vita in cui sarà facile esercitarla. Infatti nel benessere tendiamo a dimenticare la cura divina, nelle avversità a dubitarne.

Ecclesiaste 7:14/a Nel giorno della prosperità godi del bene, e nel giorno dell'avversità rifletti. Dio ha fatto l'uno come l'altro

Quando godiamo il benessere è più facile riporre fiducia negli strumenti che Dio ci sta dando piuttosto che in Dio stesso. Se tramite il lavoro Dio provvede per noi il necessario ed anche di più, saremo portati a fare del lavoro un idolo ed a porre in esso le nostre speranze. Le circostanze straordinarie, quelle delle grandi svolte, siano esse positive o negative, sono semplicemente degli sporadici momenti in una vita. È nella quotidianità monotona ed abitudinaria che la fede viene affinata per il giorno della sofferenza. La tua fede non viene addestrata durante la tempesta, ma mentre la navigazione è tranquilla. Se ti illudi di riuscire a cavartela da solo quando il mare è calmo, non sarai mai in grado di affidarti veramente a Dio durante la burrasca.

Per fortificare la nostra adorazione attraverso la riconoscenza

Giobbe 1:20-21 Allora Giobbe si alzò, si stracciò il mantello, si rase il capo, si prostrò a terra e adorò dicendo: 21 «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre, e nudo tornerò in grembo alla terra; il SIGNORE ha dato, il SIGNORE ha tolto; sia benedetto il nome del SIGNORE».

La perdita dei propri beni e dei figli causò un dolore inimmaginabile nel cuore di Giobbe, ciò nonostante non reagì con disprezzo nei confronti di Dio. Non maledisse Dio ma lo adorò.
La reazione di Giobbe fu motivata dalla riconoscenza. Lui non ebbe la pretesa di pensare che il benessere fosse un diritto, ma un dono. Se Dio aveva donato tutto fino a quel momento, aveva anche il diritto di riprenderselo. Non è affatto facile da accettare, ma questo comporta avere un Dio e non essere il dio della propria vita. Ecco perché non reagì con rabbia ma si prostrò per adorare. Guardando in alto Giobbe vedeva un Dio potente, sovrano e misericordioso mentre guardando a sé stesso vedeva una semplice creatura limitata e spesso inadatta nel proprio ruolo di adoratore di un Dio simile.

Ogni tuo respiro ed ogni gioia è un dono che non meriti. Comprendere questa verità alimenterà e sorreggerà un’adorazione riconoscente nella sofferenza.

Romani 8:28 Or sappiamo che tutte le cose cooperano al bene di quelli che amano Dio, i quali sono chiamati secondo il suo disegno.
1 Tessalonicesi 5:18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.

La riconoscenza è uno degli elementi di cui l’adorazione si compone, mentre la mancanza di gratitudine è uno degli elementi distintivi di un cuore che non ha una relazione con Dio. Non a caso, vi è una relazione strettissima tra il “tutte le cose” e “in ogni cosa”. Se Dio, come abbiamo visto, è sovrano, saggio e buono e sceglie di usare tali caratteristiche per farci sempre del bene, a noi non resta che adorarlo mediante la riconoscenza. Se abbiamo la certezza che guida sovranamente, con bontà e saggezza ogni dettaglio della nostra vita, occorrerà ringraziare sia nei momenti di benessere che di avversità. Non possiamo però illuderci di essere autonomamente in grado di farlo, occorrerà chiedere a Dio si aiutarci, perché occorre ammettere che l’unica cosa che sappiamo fare molto bene è lamentarci, essere insoddisfatti e concentrarci unicamente su ciò che ancora ci manca. Non a caso, Satana ha fatto leva proprio sull’insoddisfazione per far peccare i nostri 2 progenitori. Chi coltiva la riconoscenza mostra dipendenza e non presunzione, mostra che lo Spirito Santo sta realmente cambiando dall’interno il suo cuore.

Siamo Uomini che soffrono nelle mani di un Dio sovrano e ci siamo posti quest’ultima domanda: Perché permette la sofferenza dei Suoi figli?
Per farci maturare … e non ci libererà fino a quando non avrà raggiunto tale scopo.
Per rafforzare la nostra fede … addestrandoci mentre la navigazione è tranquilla, per prepararci alla tempesta.
Per fortificare la nostra adorazione attraverso la riconoscenza … perché un cuore incredulo considererà sempre il benessere un diritto, ma non saprà mai apprezzarlo veramente. Al contrario, un cuore la cui fede è stata fortificata dalla sofferenza saprà apprezzare il benessere, perché ha imparato ad adorare con riconoscenza anche durante il dolore.

Patrick Galasso

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Dio Si interessa alle difficoltà che ogni persona si trova ad affrontare? Ha davvero il controllo su ogni cosa che accade nell’universo visibile e invisibile? Per noi è complesso far collimare l’idea di un Dio sovrano e nel contempo buono ed amorevole perché, secondo la nostra logica, se è buono e ci vede soffrire allora è impotente davanti al dolore, mentre se può agire e non lo fa è crudele. Non può possedere entrambi i caratteri insieme. Le due cose, ai nostri occhi, non possono coesistere.

Siamo Uomini che soffrono nelle mani di un Dio sovrano e ci siamo finora posti 3 domande davanti al dolore:
La sovranità di Dio è veramente assoluta? Si. Ha il controllo illimitato su ogni minimo dettaglio delle nostre esistenze.
Come gestisce la sua sovranità?
I° Mediante una saggezza infinita … perché Lui non spera mai di aver fatto la scelta giusta, sa già di averla compiuta.
II° In modo profondamente amorevole … perché se Dio ci ha amato quando eravamo lontani da Lui, ancor più ci amerà ora che siamo stati riconciliati con Lui “in Cristo”.
Posso realmente fidarmi di Lui? Si. Anche se non capisco e spesso non condivido ciò che sta permettendo nella mia vita, Lui sa cosa sta facendo. Dio capisce il mio dolore, mi ama veramente e posso essere certo che utilizzerà la sua sovranità con bontà nei miei confronti.

Oggi ci porremo queste nuove domande:
Su cosa si estende il Suo dominio? I° Sulla natura / II° Sui cuori delle persone
L’uomo resta ugualmente responsabile davanti a Lui?

Dio è sovrano sulla natura

Romani 8:20-22 perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l'ha sottoposta, 21 nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. 22 Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio

Il libro della Genesi insegna che il peccato non ha avuto unicamente conseguenze spirituali sull’essere umano, ma anche materiali. Inoltre, a causa sua, il creato stesso è stato sottoposto a maledizione da Dio. Infatti, in questo contesto il termine “creazione” si rifà a tutto ciò che esiste nell’universo fisico, fatta eccezione per l’essere umano. Tale maledizione è legata alla “vanità”, ossia l’incapacità del creato stesso di vivere in armonia con il proprio Creatore e con tutte le creature collocate in esso. Comporta l’impossibilità di adempiere il proprio scopo originale per via della “corruzione”, ossia un lento ma inesorabile decadimento. Tuttavia, nonostante tale maledizione, Dio continua ad esercitare su esso il pieno controllo.

Geremia 14:22 Fra gli idoli vani delle genti, ve ne sono forse di quelli che possano far piovere? o è forse il cielo che dà gli acquazzoni? Non sei tu, SIGNORE, tu, il nostro Dio? Perciò noi speriamo in te, poiché tu hai fatto tutte queste cose.

Dio non ha unicamente creato il mondo nel quale viviamo per poi, dopo averlo maledetto, abbandonarlo a sé stesso. Egli continua a governarlo e controllarlo nel dettaglio.

Matteo 5:45 affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; poiché egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Gesù in persona sottolineò che credenti ed atei beneficiano entrambi della provvidenza divina, indiscriminatamente, ogni santo giorno. L’amore universale di Dio per la creatura è teologicamente definito la “grazia comune” ed è una quotidiana manifestazione di benevolenza divina.

Isaia 45:7 Io formo la luce, creo le tenebre, do il benessere, creo l'avversità; io, il SIGNORE, sono colui che fa tutte queste cose.
Giobbe 37:3, 6, 10-13 Egli lo lancia sotto tutti i cieli e il suo lampo guizza fino alle estremità della terra. 6 Dice alla neve: "Cadi sulla terra!" Lo dice alla pioggia, alla pioggia torrenziale. 10 Al soffio di Dio si forma il ghiaccio e si contrae la distesa delle acque. 11 Egli carica pure le nubi di umidità, disperde lontano le nuvole che portano i suoi lampi 12 ed esse, da lui guidate, vagano nei loro giri per eseguire i suoi comandi sopra la faccia di tutta la terra; 13 e le manda come flagello, oppure come beneficio alla sua terra, o come prova della sua bontà.

Oggi sappiamo benissimo quali siano i fattori che provocano un fulmine o creino la grandine, ciò nonostante Dio resta Colui che ha creato le leggi della natura e che le influenza sovranamente affinché, in ogni istante, operino in base a quanto Lui ha decretato.
L’uragano devastante, la terribile siccità, l’alluvione o la pioggerella primaverile che permette al raccolto di ricevere la giusta irrigazione rientrano nel settore della “provvidenza divina”. Ciò comporta che dietro ogni disastro naturale vi sia un Suo disegno. Non sappiamo e forse non comprenderemo mai lo scopo che si cela dietro ogni devastazione. Fatto sta che Dio ha un progetto specifico per ogni persona coinvolta direttamente ed indirettamente e che l’evento concorre a tale scopo in modo armonioso. Quanto detto è valido per tutti, siano essi credenti che non credenti.

Esodo 4:11 Il SIGNORE gli disse: «Chi ha fatto la bocca dell'uomo? Chi rende muto o sordo o veggente o cieco? Non sono io, il SIGNORE?

All’interno del settore legato alla natura vi sono anche le malattie e le infermità. Anche se siamo perfettamente consapevoli che dietro le malattie vi siano virus, batteri o difetti genetici, dietro ancora si cela il disegno divino che si sta sovranamente compiendo.
Dio stesso si assume tale responsabilità, senza repliche ne bisogno di avvocati. Eppure, essendo infinitamente saggio ed amorevole ha sempre un progetto benevolo.

1 Samuele 1:5 ma ad Anna diede una parte doppia, perché amava Anna, benché il SIGNORE l'avesse fatta sterile.

La sterilità di Anna rientrava nel piano della “divina provvidenza”. Dopo un lungo periodo emotivamente e “socialmente” doloroso, a causa del fatto che non avere figli, in quel contesto storico, corrispondeva al venir meno al proprio contributo sociale, le donò un figlio che divenne l’ultimo giudice d’Israele ed altri 5 ancora dopo di lui.

Giovanni 9:1-3 Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. 2 I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: «Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» 3 Gesù rispose: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui.

L’insegnamento rabbinico secondo cui la sofferenza causata da una malattia era sempre la conseguenza del peccato, nel caso in questione dei genitori oppure del bambino mentre era nel ventre materno, era completamente errato. Tuttavia, anche se Gesù confutò l’idea secondo cui benessere corrisponda a benedizione e malattia a maledizione, evidenziò con forza anche che nessuna malattia capita “per caso o per sfortuna”. Dietro ogni cosa vi è un progetto affinché Dio sia glorificato e nel caso in questione affinché il cieco ne avesse un beneficio infinitamente maggiore, ossia la guarigione fisica che lo avrebbe condotto verso quella spirituale.

Che questo ci consoli, c’è sempre uno scopo amorevole dietro il dolore che Dio permette nella nostra vita. Ciò comporterà rigettare la rassegnazione. Uno spirito rassegnato sa che non ha alternative rispetto ad accettare tale condizione, ma non coltiverà nel cuore fiducia e riconoscenza. Uno spirito fiducioso saprà invece credere che tale condizione sia la migliore per noi, pensata e voluta da un Dio sovrano e buono, anche se al momento tale scopo ci sfugge completamente.

Dio è sovrano sui cuori delle persone

Giacomo 4:13-15 E ora a voi che dite: «Oggi o domani andremo nella tale città, vi staremo un anno, trafficheremo e guadagneremo»; 14 mentre non sapete quel che succederà domani! Che cos'è infatti la vostra vita? Siete un vapore che appare per un istante e poi svanisce. 15 Dovreste dire invece: «Se Dio vuole, saremo in vita e (se Dio vuole) faremo questo o quest'altro».

L’obiettivo di Giacomo era chiaramente contrastare l’ateismo pratico dei credenti di ieri e di oggi. Essi, pur essendo a conoscenza dell’esistenza del Signore, pianificano la propria vita come se ne avessero il pieno controllo. Occorre invece ricordare che siamo un “vapore”, temporanei come la condensa del fiato che appare per qualche istante in un mattino freddo. Ma la vastità delle implicazioni di questi 3 versetti è molto più grande di questo. Che sia Dio alla fine a decidere quanto durerà la nostra vita è abbastanza semplice da capire, ma la sua sovranità supera tale confine proprio come i nostri limiti superano spesso la nostra comprensione. Infatti, la possibilità di trafficare e guadagnare non era unicamente legata alla possibilità di esistere, ma anche alle scelte che avrebbero fatto tutte le altre persone coinvolte in questo scambio commerciale, dai governanti fino agli acquirenti.

Il concetto “volere è potere” è più pagano che cristiano. Ciascuno di noi vive una vita completamente condizionata dalle vite altrui. Questa verità è risaputa sia a livello conscio che inconscio. Infatti è perfettamente normale che, dovendoci confrontare con la crudeltà o, in questo periodo storico particolare, con la negligenza delle persone che ci circondano, i nostri sentimenti manifestino spesso paura od ansia. Ma non solo quello. Sopra di noi abbiamo delle autorità come i nostri governanti, i magistrati, le forze dell’ordine, i professori, i datori di lavoro ed ogni loro decisione può influenzare radicalmente il percorso della nostra vita mediante una legge od un decreto più o meno giusto, un voto più o meno alto, un licenziamento od una promozione. Nonostante il nostro impegno ed il nostro comportamento siano ovviamente importanti, abbiamo la consapevolezza che il nostro futuro dipenderà molto dalla loro saggezza a livello generale e dal loro favore o dalla loro disapprovazione a livello personale. Ma Dio è in grado di operare nel loro cuore, in modo tale da condizionarlo allo scopo di farci del bene e glorificare la Sua persona? In caso affermativo, in che modo il controllo divino è in grado di intervenire nella volontà di tali persone? L’Eterno è in grado di agire nel cuore umano affinché, senza violentarne la personalità, ossia mediante scelte libere e volontarie, contribuisca a compiere il disegno che Ha pensato per ciascuno di noi prima ancora che il mondo fosse formato.

Proverbi 21:1 Il cuore del re, nella mano del SIGNORE, è come un corso d'acqua; egli lo dirige dovunque gli piace.

Il re rappresenta l’autorità umana più alta. Dio influenza le scelte delle persone più potenti della Terra nel medesimo modo in cui un contadino devia un corso d’acqua per fargli irrigare una specifica zona di terreno, affinché produca il frutto che a lui interessa.

Isaia 44:28 Io dico di Ciro: "Egli è il mio pastore; egli adempirà tutta la mia volontà, dicendo a Gerusalemme: 'Sarai ricostruita!' e al tempio: 'Le tue fondamenta saranno gettate!'"
Esdra 1:1 Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché si adempisse la parola del SIGNORE pronunciata per bocca di Geremia, il SIGNORE destò lo spirito di Ciro, re di Persia

Giuseppe Flavio, lo storico romano del I° secolo, affermò nel suo libro “Antichità Giudaiche” che un giorno il profeta Daniele, nonché consigliere del re, lesse la profezia di Isaia, scritta circa 150 anni prima, a Ciro. Il re fu colpito a tal punto da emettere subito l’editto che permetteva agli israeliti di tornare in Patria e ricostruire il Tempio di Gerusalemme.

Daniele 1:9 Dio fece trovare a Daniele grazia e compassione presso il capo degli eunuchi.
Genesi 39:21-23 E il SIGNORE fu con Giuseppe, gli mostrò il suo favore e gli fece trovare grazia agli occhi del governatore della prigione. 22 Così il governatore della prigione affidò alla sorveglianza di Giuseppe tutti i detenuti che erano nel carcere; e nulla si faceva senza di lui. 23 Il governatore della prigione non rivedeva niente di quello che era affidato a lui, perché il SIGNORE era con lui, e il SIGNORE faceva prosperare tutto quello che egli intraprendeva.

Gli esempi biblici, in tal senso, sono tantissimi. Non solo a favore del popolo in senso positivo, ma anche per impedire che la malvagità li colpisca al di fuori del piano divino.

Luca 4:28-30 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d'ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.

Le parole di Gesù, nella sinagoga di Nazareth, suscitarono l’ira di tutti gli uditori. Come avrebbe potuto un uomo, circondato da persone cariche d’odio, sfuggire a tale folla in tumulto? Ovviamente in modo sovrannaturale. Una simile morte sarebbe stata prematura. Pertanto Gesù riuscì a domare i loro cuori al punto che furono persuasi a lasciarlo andare.

Giovanni 18:7-9 Egli dunque domandò loro di nuovo: «Chi cercate?» Essi dissero: «Gesù il Nazareno». 8 Gesù rispose: «Vi ho detto che sono io; se dunque cercate me, lasciate andare questi». 9 E ciò affinché si adempisse la parola che egli aveva detta: «Di quelli che tu mi hai dati, non ne ho perduto nessuno». 10 Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la prese e colpì il servo del sommo sacerdote, recidendogli l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco.

Il momento dell’arresto di Gesù era giunto, centinaia di soldati romani e guardie giudaiche erano pronte a reagire ad una eventuale reazione violenta da parte dei suoi discepoli.
Pietro, convinto che il regno si stesse per manifestare e certo dell’autorità di Colui che resuscitava i morti, camminava sulle acque, guariva i malati e cacciava i demoni, fu pronto a sfidare le centinaia di soldati che si trovava davanti. Con determinazione recise l’orecchio del servo della persona più autorevole in Israele. Se ci fossimo trovati in una situazione normale sarebbe stato arrestato, processato e condannato a morte anche lui per insurrezione. Ma così non accadde, perché il comando di Gesù agì nel cuore delle guardie.

Dio pertanto è in grado di spingere le persone a farci del bene oppure a trattenerle nel farci del male, facendo in modo che sia una loro libera scelta. Ma non sempre impedisce che agiscano in modo malvagio. Dio, nonostante sia in grado di guidare il cuore dei capi di stato, non impedisce i loro abusi di potere, la loro corruzione ed il fatto che a volte siano proprio loro a causare la persecuzione nei confronti di molti nostri fratelli in varie aree del mondo. Infatti, nella sua infinita saggezza e bontà, ha previsto che anche la sofferenza causata dai malvagi risulti a sua gloria e per il bene di coloro che Lui vuole benedire.

Genesi 50:20 Voi avevate pensato del male contro di me, ma Dio ha pensato di convertirlo in bene per compiere quello che oggi avviene: per conservare in vita un popolo numeroso.

La storia di Giuseppe lo dimostra chiaramente. Per renderlo autorevole e salvare l’Egitto e la discendenza di Giacobbe, utilizzò la crudeltà dei suoi fratelli e della moglie di Potifar.

Lui ha il controllo assoluto su ogni dettaglio che riguarda la tua vita, pertanto non permetterà mai alcuna azione che non sia in piena armonia con il suo disegno sovrano. Dio è in grado di farti trovare il favore delle persone che ti faranno del bene. Inoltre, nessuno mai potrà farti soffrire se ciò non concorrerà, alla fine del percorso, al tuo bene. Questa verità deve spingerti sia all’adorazione che alla fiducia completa.

L’uomo resta ugualmente responsabile davanti a Lui?

Isaia 55:8-9 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. 9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.

Così come la distanza tra cielo e terra era incalcolabile per gli israeliti, allo stesso modo Dio è molto più grande di quanto noi saremo mai in grado di comprendere. Siamo esseri finiti che si confrontano con un essere infinito. Pertanto, la nostra mente non è in grado di accettare in modo logico il fatto che, nonostante Dio agisca nel cuore dell’uomo come ritenga meglio, tale cuore rimarrà responsabile delle proprie scelte personali. Quando ci confrontiamo con una persona come noi, realizziamo che non potremo mai spingerla a cambiare personalità. Possiamo forse influenzarla psicologicamente e plagiarla, ma non avremo realmente ottenuto da lei delle scelte libere eppur completamente in armonia con le nostre. Quando agisce su nostra costrizione è un po’ meno sé stessa ed un po’ più noi, la stiamo rendendo un burattino. Ma Dio è in grado di compiere fedelmente il suo progetto pur lasciando che la persona agisca esattamente come vorrebbe. Per tale motivo resta spiritualmente e moralmente pienamente responsabile delle proprie scelte, sia nel bene che nel male. Quanto detto non riguarda solo coloro che ci circondano, ma ovviamente anche noi.

2 corinzi 8:16-17 Ringraziato sia Dio che ha messo in cuore a Tito lo stesso zelo per voi; 17 infatti Tito non solo ha accettato la nostra esortazione, ma mosso da zelo anche maggiore si è spontaneamente messo in cammino per venire da voi.

Il contesto è legato alla colletta che le chiese gentili stavano facendo per i credenti di Gerusalemme. Tito aveva invitato i corinzi a partecipare a tale colletta con un anno di anticipo. Ora era necessario che qualcuno tornasse a Corinto per raccogliere l’offerta e consegnare loro la lettera apostolica. Anche se fu Dio a mettere nel cuore di quel ragazzo il medesimo amore per i credenti di origine giudaica e gentile, la passione di Tito per quei fratelli era il risultato del suo entusiasmo e convinzione personale.

Matteo 6:13 e non ci esporre alla tentazione, ma liberaci dal maligno.
Giacomo 1:13-14 Nessuno, quand'è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male, ed egli stesso non tenta nessuno; 14 invece ognuno è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce.

Perfino quando il piano divino passa attraverso il peccato di qualcuno, la responsabilità di tale scelta non è imputabile a Dio ma a chi lo ha effettivamente compiuto. Il termine greco utilizzato per “tentazione” è lo stesso usato per le “prove”. Ogni circostanza che Dio permette sarà una prova fin tanto che in nostro cuore non cederà, rendendola una tentazione. La “concupiscenza” è il pressante stimolo, spesso alimentato dal Diavolo, ad appagare un nostro desiderio, di qualsiasi cosa si tratti. A causa del fatto che ciascuno è differente da un altro, ognuno è sedotto dalle “proprie” concupiscenze influenzate dal proprio carattere, dall’educazione, dalle amicizie, dal contesto culturale. Dio non è mai l’autore del male, anche se lo permette e lo utilizza affinché concorra ai suoi propositi eterni.

Salmo 127:1 Se il SIGNORE non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori; se il SIGNORE non protegge la città, invano vegliano le guardie.

Il passo include sforzi offensivi e difensivi, costruttivi e protettivi che partono dalla sovranità divina e finiscono nella responsabilità umana. È lui che non solo benedice i costruttori o le guardie, ma che proprio costruisce e protegge. Tuttavia, lo farà servendosi dei costruttori e delle guardie che fisicamente adempiranno a tale ruolo. Anche il contadino dovrà personalmente dissodare il terreno, seminarlo e curare le piantine affinché producano frutto. Lo farà mediante la forza, la saggezza e l’esperienza che Dio gli ha messo a disposizione. Questa sarà la sua parte. Tuttavia dipenderà da Dio anche per tutto ciò che non sarà in grado di controllare come la sua salute, il sole, la pioggia, la neve, il gelo, i parassiti, gli insetti affinché ciò che lui sta curando arrivi a maturazione.

Spesso Dio usa gli uomini per fare del bene ad altri uomini, ciò comporta che credere nella sovranità divina non ci esimerà dal farci carico delle nostre responsabilità, ossia utilizzare i nostri carismi, talenti e beni materiali per comprendere le circostanze nelle quali ci troviamo e concorrere così all’avanzamento del Suo regno e ad alleviare le sofferenze altrui. Il fatto stesso che i credenti preghino dimostra l’accettazione inconsapevole della sua sovranità e della nostra responsabilità. Se non avessimo la garanzia che Egli fosse in grado di intervenire, le nostre richieste sarebbero delle semplici “speranze tra le altre speranze”. Tuttavia, se non realizzassimo l’importanza di chiedere, lasceremmo semplicemente che il piano di Dio si manifestasse autonomamente. Occorre pertanto fondere la consapevolezza della sovranità divina con la certezza che le nostre preghiere concorrano al proposito divino per noi.

Matteo 7:7-8 «Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve; chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa.
Filemone 22 Al tempo stesso preparami un alloggio, perché spero, grazie alle vostre preghiere, di esservi restituito.
1 Giovanni 5:14-15 Questa è la fiducia che abbiamo in lui: che se domandiamo qualche cosa secondo la sua volontà, egli ci esaudisce. 15 Se sappiamo che egli ci esaudisce in ciò che gli chiediamo, noi sappiamo di aver le cose che gli abbiamo chieste.

Dio è pronto a donare generosamente a coloro che avranno avuto la fede di chiedere. Pertanto la consapevolezza che Lui farà tutto ciò che ha determinato, in quanto sovrano, ci deve spingere a chiedere con la massima fiducia che Egli esaudirà qualsiasi richiesta che rientri nei suoi propositi, non ciò che pretendiamo che Lui faccia per noi. Ciò ci aiuterà a chiedere, durante la sofferenza, la guarigione come la forza di resistere, la liberazione da chi ci opprime come la capacità di perdonare e di non vendicarci. Ovviamente, questo non escluderà la nostra responsabilità personale ad agire attivamente, affinché ciò che chiediamo si avveri.

Siamo Uomini che soffrono nelle mani di un Dio sovrano e ci siamo posti queste nuove domande: Su cosa si estende il Suo dominio?
I° Sulla natura … perché, nonostante il mondo si trovi sotto maledizione, non lo ha abbandonato a sé stesso. Dio continua a governarlo e controllarlo nel minimo dettaglio.
II° Sui cuori delle persone … perché è in grado, senza violentarne la personalità, di far compiere scelte libere e volontarie che contribuiscano al compimento del disegno divino.
L’uomo resta ugualmente responsabile davanti a Lui?
Si. Dio è in grado di compiere il suo progetto lasciando che ogni persona agisca esattamente come vorrebbe, rimanendo spiritualmente e moralmente responsabile delle proprie scelte.
Chi ti farà soffrire sarà responsabile di tale azione, allo stesso modo di come tu lo sarai per il modo in cui gestirai tale sofferenza mediante il perdono od il rancore, i compromessi o la fede, la rassegnazione o l’amore.

Patrick Galasso

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