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Tayghetos è il nome di una catena montuosa della Grecia. Da un suo dirupo, secondo la tradizione, gli Spartani precipitavano i bambini nati deformi o malaticci. Tuttavia tale tradizione si poggerebbe su un mito, in quanto le antiche fonti di questa cosiddetta pratica risultano rare, tarde e imprecise. Tale mito greco sarebbe stato diffuso dallo storico Plutarco, che nel corso del I° secolo d.C. desiderò attestare il carattere militaristico dell’antico popolo di Sparta. Infatti, tale mito non fu sostenuto neppure da scavi archeologici effettuati nell’area tra il 2002 ed il 2007. Dopo più di cinque anni di analisi di resti umani, recuperati dalla fossa sottostante, i ricercatori trovarono solo resti di persone tra i 18 e i 35 anni. In realtà, secondo fonti storiche più affidabili, gli spartani facevano esaminare i neonati da una “commissione” di anziani e nel caso fossero risultati “deboli o deformi”, li abbandonavano sul monte Tayghetos perché fossero raccolti dai Perieci (cittadini greci adiacenti a Sparta) o dagli Iloti (schiavi di origine straniera), oppure lasciati morire. Ne risulta pertanto che gli spartani fossero molto più misericordiosi di quanto solitamente si creda, perché davano al bambino una speranza di sopravvivenza. Non si può dire altrettanto del nostro contesto storico “democratico e civilizzato”. Secondo l’OMS nel mondo avvengono tra i 40 ed i 50 milioni di aborti volontari ogni anno, ciò corrisponde a circa 125.000 al giorno. Secondo la legge il concepito diviene soggetto di diritti (legittima aspettativa a nascere) dopo il 90º giorno dal concepimento e solo dopo il 120º nel caso vi siano rischi per la salute fisica, mentale o la vita stessa della madre.
In Italia il numero degli aborti è di circa 80.000 ogni anno, ossia circa 220 al giorno. Nonostante possano sembrare molto elevati, questi numeri sono verosimilmente una sottostima, dato che queste analisi non considerano tutti i milioni di “aborti invisibili” riconducibili, nel mondo, alla cosiddetta pillola del giorno dopo.
Potremmo tuttavia ritenere che almeno, una volta nato, vi sia rispetto per la vita di ogni bambino. Ma non è così. Nel dicembre del 2013 il Senato del Belgio ha approvato l’eutanasia neonatale o pediatrica, il 12 febbraio 2014 anche la camera ha approvato e confermato tale legge. In tal modo, una commissione medico scientifica, con l’approvazione dei genitori e di uno psicologo, ha ricevuto l’autorità di poter decidere la durata della vita del bambino a fronte di una prospettata scarsa “qualità di vita”. I senatori hanno deciso perfino di non porre un limite anagrafico, pertanto, anche un bimbo di tre anni può essere ucciso “con misericordia”.

Per moltissime persone, la vita di un bambino non sembra avere un grande valore. Avendone subito personalmente la perdita, in questo breve studio sto cercando di ottenere delle risposte a … 4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio

I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento
Nonostante il suo cuore ed il suo cervello non abbiano avuto il tempo di formarsi, per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Anch’esso/a con un’anima, ossia una personalità unica ed uno spirito immortale.

II^ Domanda: dov’è adesso il mio bambino? È in cielo, alla presenza di Dio
È stato meglio avere un figlio per qualche mese piuttosto che non averlo mai avuto. Ora è in cielo, alla presenza di Dio, potendolo godere per l’eternità con la personalità che lo avrebbe caratterizzato anche sulla Terra, ma senza alcuna traccia di peccato.

III^ Domanda: ogni vita ha valore davanti a Te?

Dopo un decesso avvenuto a seguito di un incidente automobilistico, la compagnia assicurativa del conducente che ha causato il sinistro si deve assumere l’onere di attribuirgli un valore economico in grado di compensarne la scomparsa agli eredi. I parametri utilizzati sono generalmente la prospettiva della durata della vita, il titolo di studio conferito e l’occupazione lavorativa, ossia una proiezione circa le sue prospettive di guadagno economico interrotte a causa del decesso. In altre parole, il valore economico di una persona è legato a ciò che avrebbe potuto ancora produrre. Ovviamente, a livello sociale, il valore di una persona non è legato unicamente a parametri economici, ma anche etici, morali ed affettivi. Ciò nonostante, dal tempo degli Spartani ad oggi sono moltissime le persone che affermano che un bambino con delle gravi difficoltà fisiche o mentali, pertanto con un’ipotetica scarsa qualità della vita, sarebbe meglio non venisse alla luce. Temo tuttavia che, in tali occasioni, si pensi più al disagio dei genitori che al bene ultimo del feto.
In qualità di cristiani dobbiamo sempre essere caratterizzati da un modo differente di ragionare, che si contraddistingua da una società che abbraccia valori diametralmente opposti rispetto a quelli divini. Dio infatti ha altri parametri di valutazione. Non si concentra su ciò che si potrà o meno fare durante il corso della propria vita, ma sull’essere della persona in quanto tale.

Genesi 9:6 Il sangue di chiunque spargerà il sangue dell'uomo sarà sparso dall'uomo, perché Dio ha fatto l'uomo a sua immagine.

Queste parole furono pronunciate da Dio a Noè dopo il diluvio universale, ossia dopo un terribile giudizio sull’umanità a causa del livello incontrollato di corruzione che aveva raggiunto. Ciò nonostante, senza entrare nel dettaglio delle implicazioni a livello sociale delle parole divine del versetto, possiamo evincere che l’immagine divina che conferiva il valore ad una persona era ancora presente. Non fu annullata dopo la caduta di Adamo e neppure dopo gli innumerevoli peccati commessi dai suoi discendenti. Tale valore sarebbe stato così elevato da costituire un freno all’omicidio, pena la morte di chi lo avrebbe volontariamente commesso.
Tuttavia il passo si riferisce ovviamente a persone già nate, come possiamo essere certi che Dio conferisca ad un feto il medesimo valore che attribuisce ad un adulto?

Esodo 21:12 Chi colpisce un uomo a morte, dev'essere messo a morte.

Dopo aver consegnato a Mosè la legge del patto riassunta nei 10 comandamenti, il Signore continuò sul Sinai a fornire indicazioni al profeta relative alle leggi che un popolo teocratico come Israele avrebbe dovuto osservare. Esse non erano altro che un approfondimento particolareggiato dei principi generali espressi nel decalogo. Tutti questi principi furono raccolti da Mosè in ciò che venne definito “il Libro del Patto”. Il passo appena letto era contenuto nella sezione relativa alle conseguenze nei confronti dei danni provocati alle persone. Ovviamente, il reato più grave che si sarebbe potuto commettere, in modo intenzionale, sarebbe stato l’omicidio. Tale reato sarebbe stato punito con la morte, mediante una sentenza emanata dai giudici.

Esodo 21:22-25 Se durante una rissa qualcuno colpisce una donna incinta e questa partorisce senza che ne segua altro danno, colui che l'ha colpita sarà condannato all'ammenda che il marito della donna gli imporrà; e la pagherà come determineranno i giudici; 23 ma se ne segue danno, darai vita per vita, 24 occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, 25 scottatura per scottatura, ferita per ferita, contusione per contusione.

Ciò che occorre considerare è che le conseguenze penali, in caso di gravi danni oppure della morte del bambino che portava in grembo una madre, erano le stesse che sarebbero state applicate per ogni altra persona. Pertanto, se a causa di un atto di violenza si sarebbe provocata la morte di un feto, ossia di un bambino concepito ma non ancora nato, si sarebbe pagato con la morte perché, di fatto, era stato commesso un vero e proprio omicidio. Tale dichiarazione conferiva al feto la medesima dignità di ogni altro essere umano. Ciò comporta che, agli occhi divini, ogni concepimento che non vedrà mai la luce abbia il medesimo valore e dignità di chi, in virtù di una lunga vita, compirà grandi opere per l’umanità. Il valore di una persona non è legato a ciò che fa, ma a ciò che è. Ha implicitamente valore perché porta in sé l’immagine del Dio che l’ha creata.

Quanto sto affermando ha un forte impatto anche nei confronti dell’aborto, ovviamente non quello naturale o spontaneo ma quello volontario. Se in passato le anomalie genetiche o le malattie di un bambino erano palesi unicamente dopo il parto, oggi, con le nostre sofisticate attrezzature mediche e scientifiche siamo in grado di scoprire velocemente se il corpo del bambino avrà deformità o patologie croniche. Se nascerà sano o se dovrà convivere con qualcosa di grave per tutta la vita. È sempre più facile, al giorno d’oggi, scegliere di mettere fine ad una gravidanza considerata scomoda. Ma se quel feto di poche settimane è un bambino e se un bambino ha la medesima dignità ed il medesimo diritto alla vita che Dio stesso conferisce ad un adulto, allora l’idea di una interruzione volontaria della gravidanza può essere sintetizzata con la parola omicidio. Ed è sconvolgente pensare a come la cosiddetta società democratica e civilizzata non intenda riflettere su tale aspetto. Un bambino, anche in caso abbia vissuto per pochi giorni, entra a far parte di una famiglia, riceve un nome, un cognome ed una cittadinanza ed infine ha diritto ad un funerale. Viene trattato con dignità e rispetto. Tuttavia solo pochi mesi prima ci si può disfare di lui velocemente e quasi senza rimorso. Ma è la stessa persona di prima, lo stesso bambino a cui non è stato volutamente dato il tempo di svilupparsi.

Se per noi esseri umani è sbagliato porre fine ad una vita, anche se di soli pochi giorni dal concepimento, è pur vero che tale decisione resta insindacabilmente in mano al datore stesso della vita, Dio. Se la risposta alla III^ domanda, ossia se la vita di mio figlio ha valore davanti a Dio, ha un esito positivo, ne sorgeranno immediatamente altre, ossia: allora perché lo hai fatto morire? Molti genitori finiscono per adirarsi con Dio per aver permesso la morte del loro bambino. Ovviamente, non mi sognerei mai di giudicare con superficialità la loro reazione e neppure ho la pretesa di comprendere o di poter spiegare le motivazioni che hanno spinto Dio a prendere tale decisione.

Isaia 55:8-9 «Infatti i miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie», dice il SIGNORE. 9 «Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri.

Quando un bambino si ammala i nostri occhi vedono unicamente una piccola vita che non ha la possibilità di svilupparsi come le altre. Se tale malattia gli impedisce di poter giocare, muoversi, parlare o pensare come gli altri bambini non riusciamo istintivamente a collegare tale immagine con un Dio di grazia e di compassione. Il nostro cuore, collegato ai nostri occhi, fa fatica a comprendere che dietro tale sofferenza vi sia un piano appositamente pensato per lui e che tale piano sia stato concepito da un Dio d’amore.
Quando muore un bambino i nostri occhi vedono unicamente una breve vita che finisce. La nostra mente pensa alle migliaia di esperienze che non ha potuto fare. Avrebbe forse potuto fare sport o suonare uno strumento musicale, avrebbe giocato, creato ed amato. Forse avrebbe potuto sposarsi ed avere dei figli a sua volta.

Tuttavia dobbiamo ancora una volta ricordare che i nostri occhi hanno una visione profondamente limitata e parziale delle cose, a differenza di un Dio onnisciente ed eterno. Noi non siamo in grado di comprendere le infinite sfumature dei suoi piani e dei suoi scopi. Ogni qual volta abbiamo la pretesa di giudicare l’operato di Dio, stiamo implicitamente invertendo i ruoli. La creatura imperfetta ha la presunzione di valutare l’operato di un Dio perfetto. I nostri occhi considerano una vita appagante unicamente se avrà soddisfatto determinati canoni come il benessere, la salute, il successo, le esperienze gratificanti. Ma così come Dio vede il suo valore nel rilesso della propria immagine, così considera l’appagamento di una vita alla luce dell’eternità. In tale dimensione non vi sono limiti caratterizzati dalla malattia fisica o mentale, così come non vi sono limiti imposti dalla vecchiaia o dalla demenza senile. Alla presenza di Dio un’anima è matura, perfetta e completa, in attesa della resurrezione del proprio corpo alla fine dei tempi. Lì non vi sono dolori.

Ma vi è molto di più da poter considerare perché quella piccola vita, anche se apparentemente non ha potuto fare nulla, ha avuto comunque un forte impatto sulle vite di coloro che ne sono entrati in contatto. Innanzitutto i genitori, che dovranno affrontare una prova ardua ed intensa. Le tragedie della vita spesso mettono in evidenza il reale contenuto del cuore di chi le affronta. In tali momenti le maschere cadono e le professioni di fede si svelano per ciò che sono realmente, perché spesso è dal modo in cui si affrontano i problemi che si è in grado di comprendere la genuinità della fede che si professa, la realtà delle parole che si pronunciano sia davanti agli altri che davanti a Dio mediante i canti e le preghiere. Dio non ha bisogno di tali elementi per conoscerci, Lui è onnisciente. Siamo noi che ne abbiamo la necessità. Ma non soltanto i genitori ne saranno impattati. Lo saranno anche i fratelli e le sorelle, i nonni e gli zii, i vicini di casa, i membri di una chiesa, i medici e gli infermieri ed in questo particolare periodo storico le persone che sui social ne verranno coinvolti. Ogni gravidanza che non avrà raggiunto la maturità oppure ogni piccolo bambino che vivrà solo pochi anni costringeranno altri a riflettere, a scegliere, ad agire, a pregare. Forse molti malediranno Dio per quanto permette, altri invece rifletteranno sulla grazia del dono della vita, sulla sua brevità e su ciò che realmente ha valore. In un modo o nell’altro Dio sarà comunque glorificato dal percorso che avrà determinato per quel bambino.

Ritengo che, in tali momenti, i nostri pensieri si dovrebbero concentrare su due domande in particolare da rivolgere a Dio: non “perché e quando” ma “cosa e come”. Non perché è accaduto e quando finirà il mio dolore, ma cosa vuoi che io faccia in questa tragedia e come vuoi che io agisca. Ovviamente non siamo delle macchine, i nostri sentimenti non reagiscono agli stimoli in modo automatico e totalmente sotto il nostro controllo, pertanto non vi sarà un momento preciso in cui il nostro lutto cesserà di colpo. Tuttavia è nostra responsabilità reagire. A tal fine vi sono 2 atteggiamenti che dovremmo chiedere al Signore, con umiltà e fiducia, di poter manifestare a nostro beneficio ed a Sua gloria: gioia e saggezza. Il primo perché ci permetterà di uscire dal dolore e l’altro perché mostrerà a chi ci circonda il lavoro che Dio stesso sta compiendo in noi. Infatti, senza l’ausilio dello Spirito Santo sarebbe impossibile anche solo pensare a tali soluzioni.

Giacomo 1:2-8 Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate, 3 sapendo che la prova della vostra fede produce costanza. 4 E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti. 5 Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data. 6 Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là. 7 Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore, 8 perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.

Spesso la “gioia” viene considerata un sentimento a cui non si può dare un comando. Ovviamente, fin tanto che la si osserva sotto l’ottica dello stato emotivo è proprio così.
Non si può comandare al nostro cuore di gioire se siamo disperati. Tuttavia, l’autore non sta dicendo di sentire una grande gioia davanti alle prove della vita, ma di “considerarle” tali.
In tal caso, la gioia è una scelta del cuore e non un sentimento sperimentato dal cuore.
Non si tratta di mettersi ipocritamente una maschera, affinché chi ci osserva veda qualcosa di irreale o la mia recitazione. Si tratta di realizzare che i nostri sentimenti non possono avere il controllo sulla nostra vita. Viviamo in un mondo letteralmente dominato dai sentimenti. Ogni cosa è vera e giusta se lo senti e se te lo dice il cuore. Ma il cristiano deve essere consapevole che è vero esattamente il contrario. Essi devono essere letteralmente domati alla luce della consapevolezza di chi è il Dio che sta guidando le nostre prove e su chi siamo noi alla luce di esse. Influenzati dal fatto che non avremmo diritto a nulla e che, al contrario, Dio guida ogni dettaglio della nostra esistenza per farci alla fine del bene che non meritiamo. Infatti la “gioia” si deve poggiare sulla consapevolezza che tale percorso serve per renderci “costanti”. Ancora una volta, non potremo sperare di acquisire tale caratteristica se vivremo in balia della nostra emotività, perché non vi è nulla di più instabile dei nostri sentimenti. Poiché tutto coopera al bene di coloro che amano Dio e che sono da lui amati, la “costanza” permetterà a Dio di lavorarci per “perfezionarci”, ossia agire proprio in quei settori in cui ne abbiamo più bisogno e nei quali ci dà più fastidio essere toccati.

Non possiamo illuderci di fare da soli un percorso simile. Ecco perché Giacomo suggerisce di chiedere a Dio stesso la “saggezza” per capire come gestire il nostro dolore ed in cosa vuole farci maturare mediante tale drammatica esperienza. Farlo comporterà l’umiltà di chiederla, in contrasto alla presunzione di possederla già fino al punto di poter criticare l’operato divino. Lo scopo della nostra vita non è unicamente trascorrerla nella serenità e nel benessere. Dio ha un piano generico per ognuno di noi, ossia renderci simili a Gesù, ed uno specifico e dettagliato in ogni sua più piccola sfumatura. Abbiamo spesso la necessità di chiedere a Dio di farci comprendere quale percorso di vita ha pensato per noi, in modo da non perdere delle preziose occasioni per compiere la Sua volontà. Tuttavia, sarà impossibile chiedere a Dio “saggezza” se non avremo imparato a “fidarci” sinceramente di Lui. Infatti, come afferma l’autore, se ci avviciniamo a Dio avendo nel nostro cuore già le risposte che speriamo di ottenere, oppure con la certezza che comunque dovremo cavarcela da soli, perché tanto Lui non interverrà, otterremo esattamente quanto avremo immaginato: nulla. In tal modo il cerchio si chiuderà in negativo. Le “onde agitate dal vento” rappresentano proprio uno stato emotivo burrascoso, per nulla domato. Siamo ancora noi al centro del nostro mondo, con i nostri sentimenti instabili, che si avvicinano a Dio non per essere modellati ma per poterlo manipolare, per poi allontanaci da Lui delusi e amareggiati, affermando: lo sapevo che non mi avresti aiutato.

Forse, dopo il nostro dolore, potremmo scoprire che il Signore aveva per noi altri progetti. Magari fare di noi dei genitori differenti, apprezzando e curando maggiormente i figli che già ci ha concesso. Oppure, se non ci permettesse di averne, che adottassimo bambini che stanno vivendo dei terribili disagi e che hanno la necessità proprio del nostro amore.
Oppure ci ha fatto attraversare simili esperienze di modo da renderci empatici verso altri genitori che, in futuro, avrebbero provato il medesimo dolore per poterli aiutare, sostenere, incoraggiare e consolare.

So che mio figlio è una persona, che ha valore davanti a Te, che ti sei servito di lui per la Tua gloria e per il mio bene e che ora è in cielo alla Tua presenza. Non mi resta che una …

IV^ Domanda: Conoscerò mio figlio in cielo?

2 Corinzi 5:8 ma siamo pieni di fiducia e preferiamo partire dal corpo e abitare con il Signore.
Filippesi 1:23 Sono stretto da due lati: da una parte ho il desiderio di partire e di essere con Cristo, perché è molto meglio

Paolo sapeva che, dopo la sua morte, avrebbe immediatamente goduto di una comunione perfetta ed intima con Gesù. Dato che gli spiriti, alla presenza di Dio, non hanno età e non sono più caratterizzati dalle limitazioni terrene, possiamo essere certi che questa promessa sia applicabile non solo per i credenti, ma anche per i bambini che beneficiano inconsciamente dell’opera di redenzione di Gesù Cristo. La trasformazione è istantanea. Nel momento in cui il loro spirito è andato alla presenza del Signore, sono stati resi in grado di adorarlo e glorificarlo e godono di un amore perfetto.

Matteo 8:11 E io vi dico che molti verranno da Oriente e da Occidente e si metteranno a tavola con Abraamo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli
Matteo 17:3-4 E apparvero loro Mosè ed Elia che stavano conversando con lui. 4 E Pietro prese a dire a Gesù: «Signore, è bene che stiamo qui; se vuoi, farò qui tre tende; una per te, una per Mosè e una per Elia».

Così come Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè ed Elia mantennero la propria personalità dopo aver lasciato questo mondo, possiamo essere certi che anche noi manterremo la nostra identità dopo la morte, proprio come anche Gesù mantenne la propria dopo la sua resurrezione. Come la personalità di un uomo non muta agli occhi divini nonostante l’età avanzata od una malattia, la personalità di un feto si manifesterà in tutta la sua complessità e pienezza quando Dio le darà la possibilità di farlo. Credo pertanto che un giorno avremo modo di conoscere o riconoscere i nostri bambini in uno stato di perfetta maturità e che anche loro potranno fare altrettanto con noi.

Il Signore ha fatto morire il mio bambino. Tuttavia, se avessi la pretesa di giudicare l’operato di Dio starei implicitamente invertendo i ruoli. Sono una creatura imperfetta e non posso avere la presunzione di valutare l’operato di un Dio perfetto. Ma ho la possibilità di porgli delle domande, che ho condiviso con voi …
4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento
II^ Domanda: dov’è adesso il mio bambino? È in cielo, alla presenza di Dio
III^ Domanda: ogni vita ha valore davanti a Te? Si, perché riflette l’immagine divina e ti sei servito di lui per la Tua gloria e per il bene mio e di coloro che mi circondano
IV^ Domanda: Conoscerò mio figlio in cielo? Ovviamente si

Mi auguro profondamente che queste riflessioni e le risposte che ho ottenuto dalla Parola di Dio possano fare del bene anche a te e riescano a consolare profondamente il tuo cuore.

Patrick Galasso

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Esattamente un anno fa, non avremmo mai immaginato di affrontare un anno simile al 2020. Un nuovo anno è appena cominciato. Quali incognite, problematiche e sfide dovremo affrontare? Saranno simili a quelle che hanno caratterizzato lo scorso anno? Non lo sappiamo. Tuttavia, in qualità di cristiani abbiamo sia la necessità che il privilegio di ricordare che non le affronteremo da soli.

Il salmo con cui ho deciso di iniziare le mie riflessioni intorno al 2021 è sicuramente il più famoso e costituisce uno dei brani biblici più conosciuti in assoluto a livello mondiale. Il suo autore, prima di divenire la guida del popolo di Dio, fu lui stesso un pastore e visse da protagonista tale ruolo. Poté quindi utilizzare questa immagine per raffigurare la relazione tra Dio ed ogni persona a Lui cara. Sappiamo che il suo autore è Davide, ciò che non sappiamo è se lo scrisse quando era un giovane pastore oppure quando era già un re, magari con molti anni di esperienza alle spalle. Pur non avendo una risposta biblica a tale quesito, la maggior parte dei teologi è concorde, insieme a me, nell’affermare che lo scrisse in età avanzata. Nel Salmo 23 non ascoltiamo le teorie dell’immaturità di un adolescente, ma la saggia consapevolezza maturata alla luce delle esperienze di una vita. Esperienze in cui, come uomo, fu colpito, umiliato e sostenuto. Aveva affrontato decine di guerre sui campi di battaglia, sperimentato grandiose vittorie e cocenti sconfitte, vissuto privazioni ed abbondanza, difficoltà e benessere, amore passionale e profondi tradimenti, intonato lamenti e canti gioiosi. Esperienze che cominciarono da giovane pastorello e proseguirono da re di un popolo il cui Pastore non era in realtà lui, ma Dio stesso.
Nel Salmo 23 non troviamo quindi la spensieratezza di un giovincello, ma la maturità dovuta ad una serie di esperienze pratiche vissute con Dio. Questo faceva la differenza. Ogni esperienza vissuta da protagonista ha unicamente un valore soggettivo e non necessariamente utile a chi ci circonda, mentre ogni esperienza in cui Dio è il vero protagonista diviene un incoraggiamento oggettivo anche per gli altri.

Il tema trattato nel salmo è mostrare Dio come il grande Pastore. Nella Bibbia, Dio paragona sé stesso o viene paragonato molte volte ad un Pastore. Ad esempio Giacobbe …
Genesi 48:15 Benedisse Giuseppe e disse: Il Dio alla cui presenza camminarono i miei padri Abraamo e Isacco, il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto fino a questo giorno
Isaia 40:11 Come un pastore, egli pascerà il suo gregge: raccoglierà gli agnelli in braccio, li porterà sul petto, condurrà le pecore che allattano.

Come cristiani sappiamo perfettamente che Gesù attribuì a sé stesso tale ruolo in svariate occasioni e che il NT non fa che convalidare tale dichiarazione.
Giovanni 10:11 Io sono il buon pastore; il buon pastore dà la sua vita per le pecore.
Dio aveva promesso ad Israele un Pastore ed ha adempiuto tale promessa mediante Gesù, il buon pastore, che ha dato la sua vita per salvare ogni sua pecora e sostituirla nel giudizio che gravava su ciascuna di esse, a causa del loro peccato.

Ebrei 13:20-21 Or il Dio della pace che in virtù del sangue del patto eterno ha fatto risalire dai morti il grande pastore delle pecore, il nostro Signore Gesù, 21 vi renda perfetti in ogni bene, affinché facciate la sua volontà, e operi in voi ciò che è gradito davanti a lui, per mezzo di Gesù Cristo; a lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Il senso del “Dio … vi renda perfetti” è da intendere come preparati o formati, modellati per compiere le opere che lo glorificano; ciò sarà “operato” tramite Gesù stesso.

Questo salmo descrive pertanto il rapporto del Pastore con le proprie pecore, ossia quello che io e te abbiamo con Gesù.

Inoltre, nella Bibbia, l’uomo è spesso paragonato ad una pecora. La pecora è un animale debole e poco intelligente, bisognoso di cure, protezione e guida. Seppure non ci faccia molto onore, è l’animale che Dio ha utilizzato come simbolo sia per i propri seguaci che per coloro che, come gli israeliti, avrebbero dovuto esserlo.

Matteo 9:36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.

Mentre Dio, che è immutabile, non è soggetto a sentimenti che emergono e che mutano a seconda delle circostanze, Gesù, nella propria umanità, osservando la condizione dei peccatori lontani da Dio fu travolto dal dispiacere.
Mentre guariva le loro malattie realizzava che i bisogni spirituali delle persone che lo cercavano erano profondamente più grandi dei bisogni fisici per cui lo cercavano.

Il salmo tuttavia non ha una finalità evangelistica. Non descrive il momento in cui la pecora perduta viene ritrovata dal Pastore, come nella famosa parabola, ma il cammino che entrambi fanno insieme dopo tale ritrovamento. Infatti, è fondamentale accorgersi che questo breve salmo descrive una progressione. La certezza del versetto 6 è la diretta conseguenza dell’affermazione del vr. 1, la consapevolezza finale è condizionata dalla realtà di quanto affermato all’inizio. Non si può pertanto utilizzare come portafortuna evangelico, da appendere ai muri o ripetere a memoria in modo tale che quanto sperato poi si avveri. Rappresenta un cammino, il percorso di una vita. Se l’ultimo versetto fosse un “traguardo”, non lo si potrebbe tagliare se non si affrontasse la “gara” in tutte le sue tappe.

Il salmo mostra la cura costante ed amorevole che il Pastore ha per ogni sua pecora e la pace consapevole che ogni sua pecora realizza. Tale consapevolezza si esprime mediante
2 strofe di un canto d’amore
I^ la dichiarazione d’amore – io ti amo, con te ho tutto (1)
II^ le 5 motivazioni – riposo, cura, protezione, accoglienza e benessere (2-6)

I^ la dichiarazione d’amore – io ti amo, con te ho tutto

Salmo 23:1 Salmo di Davide. Il SIGNORE è il mio pastore: nulla mi manca.

Questo Pastore, come precedentemente affermato, è Dio stesso nella persona del Padre e del Figlio. Colui che controlla l’intero universo, padrone e datore della vita ad ogni essere.
Occorre tuttavia prendere questi concetti astratti e renderli concreti e pratici.
Troppo spesso, siamo così abituati ad utilizzare un linguaggio evangelico da essere ingannati dalle nostre stesse parole. Conosciamo a memoria le basi di una teologia sana e la ripetiamo a memoria in ogni occasione ci sembri adatta. Ma tali verità hanno un impatto pratico nella nostra vita? Una cosa pertanto è poter dire “il Signore è il pastore di Israele, oppure della sua chiesa”; un’altra è poter affermare “è il mio pastore”. È vero che il Pastore ha un gregge, sia a livello locale che universale. Tuttavia questo salmo ci ricorda che ogni singola pecora, realmente inserita in tale gregge, dovrà necessariamente avere questo tipo di rapporto con il Pastore. “Mio” rivela una relazione personale. Sottintende una scelta reciproca, che ha visto coinvolto per primo il Pastore cercando e ritrovando la pecora, ma in seguito anche la pecora stessa nel fidarsi ed affidarsi alle sue cure. Non illudiamoci quindi che una conoscenza teorica possa fare la differenza. Che imparare il salmo a memoria e ripeterlo alle persone lo renda magicamente “efficace”. Potremo realizzare che è nostro Pastore nella misura in cui io e te ci affideremo concretamente a lui. Tale scelta dichiara la nostra dipendenza da Lui. Essere dipendenti significa che non pretenderemo che gestisca la nostra vita secondo le nostre condizioni, perché è la pecora che segue il pastore e non il contrario.
Dobbiamo realizzare che abbiamo infinitamente bisogno della sua cura costante.

La pecora è un animale testardo, spesso si ribella alle cure del pastore e lui deve andare a riprenderla. La sua testardaggine mostra la sua stupidità, perché senza il suo pastore non sopravvive. Dio non l’ha creata fornendole strumenti di offesa o di difesa dai suoi naturali predatori, pertanto non è in grado di badare a sé stessa o di proteggersi.
Ma Davide è una pecora saggia, che ama il suo Pastore e si fida di Lui.
Affermando “nulla mi manca” sta dichiarando che non possiede alcuna reale necessità.
Eppure di prove ne ha passate molte, ma con tale frase vuole comunicarci che in ciascuna di esse il Pastore era con lui e nulla di ciò di cui aveva realmente bisogno gli è mai mancato. Non era realmente solo mentre dovette affrontare il gigante Goliath. Non era solo mentre Saul gli dava la caccia. Non fu lasciato solo neppure quando uccise Uria e commise adulterio con Bat-Sceba o quando il regno seguì il figlio Absalom durante la guerra civile.

Di che cosa ho bisogno realmente? Ho bisogno di sicurezza, perché spesso sono come una pecora, piena di paura e di incertezze. Se quindi saprò ascoltare la voce del Pastore che mi rassicura e mi protegge, se realizzerò che il datore della vita è dalla mia parte, se comprenderò che è Lui a gestire la mia vita e non “una serie di sfortunati o fortunati eventi casuali”, allora anche io come Davide potrò affermare “nulla mi manca” sapendolo anche motivare.

II^ le 5 motivazioni - riposo, cura, protezione, accoglienza e benessere

23:2 Egli mi fa riposare in verdeggianti pascoli, mi guida lungo le acque calme.

Spesso consideriamo dei ruminanti soltanto i bovini, eppure lo sono anche gli ovini.
In quanto ruminanti, hanno la necessità di trovare un luogo dove sdraiarsi e rimasticare tutto il cibo mangiato in precedenza, altrimenti non potranno mai digerirlo. Il pastore sa perciò quanto sia importante per le sue pecore riposare. Una pecora affamata non si sdraierà mai, ma quando riposa in verdi pascoli significa praticamente che ha la pancia piena.
Anche il tuo Pastore sa che hai bisogno di riposo e ciò avverrà unicamente se ti sarai nutrito a sufficienza. L’applicazione con la Sua parola è pertanto automatica. Il riposo e la guida divina non ci giungono unicamente mediante le circostanze che Dio sovranamente permetterà, ma anche mediante gli insegnamenti che non soltanto dovremo sentire con le orecchie, ma su cui dovremo riflettere continuamente affinché tali verità scendano nel cuore. Spesso ci illudiamo che tutto ciò con cui nutriamo il cuore ci faccia sempre del bene, mentre a volte ci avvelena. Se la Parola non cambia il nostro modo di pensare, desiderare ed agire non distingueremo mai un pascolo verdeggiante da uno arido e confonderemo acque travagliate con quelle calme.

23:3 Egli mi ristora l'anima, mi conduce per sentieri di giustizia, per amore del suo nome.

L’obiettivo del Pastore è produrre un progresso nella vita delle sue pecore. Il termine da noi tradotto con “ristorare”, in ebraico significa lett. ristabilire, riparare od aggiustare.
Davide, colpevole di omicidio e tradimento, conosceva perfettamente cosa significasse avere la necessità di essere ristorato ossia riparato. Sapeva di essere stato a volte una pecora smarrita che, a causa del suo peccato, si era allontanata dal gregge.
Tuttavia ogni singola pecora di Gesù, me e te compresi, prima di divenire tale ha vissuto condizioni che l’hanno devastata interiormente. Il peccato ha prodotto in noi l’incapacità di amare, pensare, volere ed agire secondo quanto Dio avrebbe voluto per noi. Ora Lui deve lavorare in noi affinché ci permetta di tornare ad essere sempre più simili al progetto originale. Con la conversione ha sostituito il cuore di pietra con uno di carne, ma deve insegnarci a farlo battere nel modo corretto, abbiamo bisogno che la nostra mente venga rinnovata e cambiata nei suoi ragionamenti, valori e scopi.

Ai tempi di Davide il pastore non spingeva le pecore, ma le guidava camminando davanti a loro. In altre parole le conduceva nel luogo che riteneva più opportuno per il loro benessere.
Anche il nostro Pastore ci “conduce” mostrandoci, attraverso la Sua parola ed il suo esempio, la strada più opportuna per noi. In altre parole Dio non vuole solo ripararci dall’interno ma anche produrre un profondo cambiamento di condotta. I “sentieri di giustizia” saranno pertanto luoghi in contrapposizione rispetto a quelli in cui ci trovavamo precedentemente, caratterizzati non solo da grossolane condizioni immorali, ma anche dalla moralità e dall’etica laica, secolare ed umanistica, ossia incentrata sull’uomo e non su Dio.

Lo farà “per amore del suo nome”, ossia per proteggere la Sua reputazione.
Isaia 43:25 Io, io, sono colui che per amor di me stesso cancello le tue trasgressioni
e non mi ricorderò più dei tuoi peccati.
Isaia 48:9 Per amore del mio nome io rinvierò la mia ira, e per amor della mia gloria io mi freno per non sterminarti.
Nei 2 versetti appena letti, Dio mostra l’essenza della grazia con cui si relaziona con Israele prima e poi con noi. Egli si impegna, malgrado la totale indegnità di Israele, a perdonare i loro peccati basandosi unicamente sulla propria fedeltà e giustizia, ossia sull’opera che il Servo, il Messia, compirà in favore del suo popolo.
Gesù pertanto, in qualità di Pastore, si è impegnato ad iniziare un’opera con noi e la porterà a termine al di là della condotta di ogni pecora stessa.

23:4 Quand'anche camminassi nella valle dell'ombra della morte, io non temerei alcun male,
perché tu sei con me; il tuo bastone e la tua verga mi danno sicurezza.

Tantissimi evangelici ritengono ed insegnano che, con un Pastore simile, le difficoltà saranno completamente evitate alle pecore di cui si prende cura.
Quando ci si trova poi ad affrontarle, la motivazione viene associata automaticamente ad una punizione o alla nostra mancanza di fiducia in Lui.

Al contrario, il suo progetto è immergerci in esse ed affrontarle insieme a noi.
Le pecore devono essere continuamente spostate da un luogo all’altro, altrimenti finirebbero per sradicare le radici dell’erba insieme all’erba stessa e non avrebbero poi più nulla da mangiare. I pastori in Israele, a causa della conformazione del territorio, dovevano a volte far percorrere al gregge anche sentieri pericolosi, sia per la possibile aggressione di eventuali animali feroci che per possibili precipizi in sentieri di montagna. Ovviamente tale immagine serve per mostrare come anche noi ci troviamo a volte ad attraversare delle valli oscure, delle situazioni difficili che ci terrorizzano. Stando a quanto afferma Davide non saranno luoghi mortali, ma che a noi appariranno come tali, come se non vi fosse alcuna speranza di uscirne. Eppure il Pastore ha la sua finalità nel farcele percorrere. Vuole farcele attraversare per condurci in luoghi migliori, per farci del bene.

Gli strumenti che utilizza per guidarci lungo tali percorsi sono il “bastone” e la “verga”. Se il primo era un’arma di difesa contro i possibili predatori delle pecore, il secondo era lo strumento con cui disciplinava le pecore stesse. Fatto con la caratteristica curvatura iniziale, serviva per afferrare per il collo le pecore che si allontanavano o per colpirle in caso di forte ribellione. Dio fa altrettanto anche con noi. Se da una parte possiamo godere della sua protezione, dall’altra spesso, senza alcuna ira o desiderio di vendetta, ci dovrà riprendere gentilmente o disciplinare severamente quando tenderemo a smarrirci.
A volte infatti le ombre di morte saranno condizioni indipendenti da noi, che Lui permette per farci crescere, altre volte saranno la conseguenza di scelte da noi testardamente compiute. In entrambi i casi, Lui sarà al nostro fianco. Quelle circostanze saranno sicuramente più grandi di me e di te, ma non di Lui. Noi non saremo in grado di controllarle, combatterle, gestirle, sconfiggerle, ma Lui sì.

23:5 Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca.

L’immagine continua mostrando come il Pastore sia anche un padrone di casa generoso ed accogliente, che unge i propri commensali. In ebraico, il termine “tavola” è associabile ad un pasto privato, un banchetto alla corte del re. Tale ospitalità è offerta davanti ai “nemici”, ossia durante le difficoltà e le prove. L’unzione nel Antico Testamento era sempre segno di benedizione oltre che di onore. Erano unti i re, i sacerdoti ed i profeti, ossia le categorie di persone che erano consacrate, messe da parte da Dio per Dio stesso. Una coppa traboccante rappresentava abbondanza oltre misura. Spesso i nostri occhi non sono in grado di realizzare tutta questa cura speciale di cui beneficiamo, perché valutiamo il benessere con gli occhi della società che ci circonda. Ma se realizzassimo che tutto è un dono della grazia immeritata, allora sapremmo vedere l’abbondanza anche nelle piccole cose. Chiediamo perdono al Signore per la nostra insoddisfazione.

23:6 Certo, beni e bontà m'accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni.

Siamo arrivati al versetto conclusivo, il quale parla ancora di beni e bontà. Tutti vorrebbero sicuramente poter vivere quotidianamente in modo appagante e soddisfacente, tuttavia pochissimi sono disposti ad accettare che sia Dio stesso a fornire tali cose. Le persone vogliono i doni di Dio ma vogliono altresì che se ne stia ben lontano dalla loro vita. Molti altri cercano appagamento unicamente in soddisfazioni materiali effimere e che lasciano maggior vuoto di quanto ci si illudeva che potessero riempire. Solo chi ha imparato a dipendere totalmente da Dio, a fidarsi nonostante le circostanze che permette nella sua vita ed a credere che conosce nel profondo le sue reali necessità, saprà godere della bontà che ogni singolo giorno Lui stesso gli presenterà davanti. Queste benedizioni sono “certe”, quindi non assoggettabili alla fedeltà della nostra condotta.

In precedenza Davide ha parlato di buio, morte, nemici e disciplina ma, ciò nonostante, la sua vita sarebbe stata un viaggio entusiasmante in virtù della fedeltà del suo Pastore.
Il Pastore “buono”, che usa per ogni sua pecora la bontà che non merita, perché la trasmette mediante la grazia. Per tale grazia si ottiene la salvezza dal giudizio e sarà sempre lei a permetterci di godere di ogni altro tipo di benedizione divina.

Il termine “accompagneranno” in originale dà l’idea di una persona che viene inseguita da un animale molto veloce. È come se benedizioni e bontà divina fossero sguinzagliate da Dio stesso per raggiungerci con forza anche quando noi non ne siamo in cerca. Ma per noi non finisce qui. Davide considerava la possibilità di “abitare” nel Tempio come il momento di comunione più profonda con Dio. Ma alla luce della rivelazione del Nuovo Testamento possiamo affermare anche che le benedizioni ci inseguiranno fino a quando non ci avranno afferrato definitivamente, per portarci a stare nel luogo dove il Pastore dimora per sempre.

Il Salmo 23, ossia questo canto d’amore, ha descritto un cammino.
Ha affermato che le pecore di Dio vivono con la certezza del futuro attuale, caratterizzato dalla cura del Pastore e del futuro eterno, in cui realizzeranno la Sua presenza per sempre.
Il mio augurio è che anche tu possa affrontare il nuovo anno con tali promesse e consapevolezze, perché il salmo ha affermato che le benedizioni divine sono riservate unicamente per le sue pecore, non per tutti. Lui conduce solo quelle che lo seguono e lo conoscono, ossia sono intimamente amate da lui.

Un giorno, rispondendo a dei religiosi che si illudevano di essere dei seguaci di Dio, pur rigettandone il suo Messia, Gesù disse …
Giovanni 10:26-30 ma voi non credete, perché non siete delle mie pecore. 27 Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono; 28 e io do loro la vita eterna e non periranno mai e nessuno le rapirà dalla mia mano. 29 Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti; e nessuno può rapirle dalla mano del Padre. 30 Io e il Padre siamo uno».

Una pecora senza pastore è stanca e sfinita. Come ti senti realmente? Conosci personalmente questo Pastore oppure ti limiti a ripetere a memoria salmi che non rispecchiano affatto la tua vita? Puoi dire consapevolmente “Il Signore e il mio Pastore?”
Se puoi, tutte le meravigliose promesse di questo salmo, anche nel 2021, sono nostre.

Patrick Galasso

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