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Secondo i dati attuali nel nostro Paese sono già morte, a causa dell’infezione da Covid-19, oltre 22.000 persone. Per la maggior parte delle volte, per chi ascolta queste sconvolgenti notizie si tratta soltanto di numeri, di nomi e cognomi che rimangono per i più astratti, lontani. Ma per chi li ha conosciuti e amati quei nomi hanno dei volti da poter riconoscere, delle voci da poter ricordare, delle storie condivise da poter rivivere nella propria memoria. Anche noi, come chiesa locale, piangiamo uno dei tanti nomi colpiti da questa pandemia mondiale.

La sorella Ersilia è nata il 27/10/1926 ed ha iniziato a frequentare la chiesa nella metà degli anni 50, essendosi battezzata nel 1955. Si è sposata nell’ottobre del 1984 ed è rimasta vedova nel febbraio del 2001. È deceduta la domenica di Pasqua, ossia il 12/04/2020. In 93 anni di vita ha fatto innumerevoli errori, a volte scelte sagge e generose, insomma ha vissuto una vita come tante altre nel mondo. Poi, ad un tratto questo percorso è giunto al termine. Ad un tratto tutto finisce. Molte volte, in questi ultimi 2 anni, mi aveva confidato di essere stanca, voleva che il Signore la prendesse, fino a che quanto chiedeva si è realmente realizzato. Purtroppo, in questo drammatico periodo, dopo tanti anni passati insieme non è neppure possibile fare un funerale. Chi avrebbe mai immaginato una cosa simile anche soltanto 4 o 5 mesi fa? Non è possibile donare un ultimo saluto, portare un fiore, piangere il proprio defunto od accompagnarlo per l’ultima volta al luogo che accoglierà il suo corpo ormai privo di vita. Però una cosa possiamo farla: riflettere, riflettere seriamente e profondamente.

Sono certo che, se dovessi chiedere a 1000 persone se preferirebbero trovarsi ad una festa oppure in una casa colpita da un grave lutto familiare, otterrei da tutti la medesima risposta: una festa! Perché a tutti piace la gioia, la spensieratezza, l’allegria. Eppure, nella Bibbia troviamo questa dichiarazione.

Ecclesiaste 7:2 È meglio andare in una casa in lutto, che andare in una casa in festa; poiché là è la fine di ogni uomo, e colui che vive vi porrà mente.

Questa è sicuramente un'affermazione molto forte, tuttavia è importante prestargli attenzione. Non soltanto perché fu scritta da uno degli uomini più saggi della storia, ossia il re Salomone, ma soprattutto perché fu ispirata direttamente dalla bocca di Dio, il quale afferma: ponici mente, rifletti! Non importa chi sei ed in quale epoca e contesto economico e sociale ti trovi. Prima o poi, da semplice spettatore diverrai il protagonista di tale evento, da colui che partecipa al dolore altrui diverrai la causa di tale dolore. Arriverà quel momento che ti strapperà dalle persone care, che porrà fine a tutti i tuoi progetti, che riempirà di dolore coloro che rimarranno in vita senza di te.

La morte però non giunge come un'incidente di percorso, come un difetto di fabbricazione, ma come un giudizio sul nostro peccato. Il termine peccato deriva da una parola ebraica che significa lett. “ciò che non raggiunge lo scopo”.

1 Giovanni 3:4 Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.

Peccare significa pertanto violare una legge che, al contrario, avremmo dovuto osservare per raggiungere lo scopo per cui siamo stati creati da Dio.
Ma quale legge viene violata e quale finalità ha tale legge? La risposta migliore in termini di sintesi e di esaustività è sicuramente quella data da Gesù stesso ad un fariseo, ossia ad un uomo religioso e molto esperto nella legge divina.

Matteo 22:36-40 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Viene violata la legge di un Dio di amore, che ha come finalità quella di far vivere ogni persona amando Dio con ogni briciolo di forza e passione ed il prossimo come sé stessi.
Purtroppo abbiamo tutti fallito, siamo incapaci di osservare una legge simile perché siamo per natura egoisti (amiamo noi stessi più di ogni altra cosa).

Romani 6:23/a Il salario del peccato è la morte

La morte quindi è la giusta retribuzione che meritiamo per la nostra condotta di vita. È il giudizio emesso da un Dio santo sul peccato … ed i nostri pensieri, le nostre azioni e le nostre scelte hanno manifestato, in modo più o meno evidente, che siamo dei peccatori. Hanno dimostrato che il nostro cuore non è ricolmo del desiderio di amare Dio con tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi, ma è imprigionato dal desiderio di sfruttare ogni circostanza per ottenerne un beneficio personale. Infatti, anche se a volte non ce ne accorgiamo neppure, per natura siamo portati ad avvicinarci a Dio, mediante le opere religiose, non per amore, ma unicamente per ottenerne le benedizioni e per paura dell'inferno. Siamo portati inoltre ad avvicinarci alle persone non per servirle e renderle felici, ma per la nostra felicità. Davanti poi alle difficoltà od i conflitti siamo portati a fuggire, coltivare il rancore nel cuore o vendicarci perfino quando ci si relaziona con il coniuge, con degli amici o con i nostri figli.
Per grazia divina, tuttavia, il versetto appena letto non è terminato.

Romani 6:23 Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Dio, essendo Santo, non si può relazionare con dei peccatori, essendo Giusto non può non punirli, ma nella Sua misericordia ci ha offerto una via di salvezza.
Ed è proprio durante un funerale che Gesù fece una delle Sue dichiarazioni più belle.

Giovanni 11:1-6 C'era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». 5 Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; 6 com'ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Nella richiesta delle 2 sorelle vi troviamo implicitamente il desiderio che Gesù guarisse il loro amato fratello. Potevano contare sull’aiuto di Gesù perché sapevano che nutriva un forte affetto per tutti loro. Lazzaro, come tutte le altre persone prima di lui, si era ammalato, aveva sofferto ed era morto come naturale conseguenza del peccato. Tuttavia, Dio in persona stava per inserirsi in quella esperienza mortale per infonderle uno scopo preciso: dare gloria al Padre tramite l'azione amorevole e potente del Figlio. Gesù, per raggiungere tale obiettivo, non si precipitò immediatamente dal luogo dove si trovava (Perea, l’altra sponda del Giordano), che distava da Betania circa un giorno di cammino, ma decise di aspettare altri 2 giorni. Tale scelta non deve essere interpretata come un atto di freddezza o di mancanza di amore, perché Egli è l’unico che possedeva il quadro completo della situazione. Gesù, quando ricevette la notizia, era consapevole che Lazzaro era già morto da 1 giorno. Probabilmente spirò poche ore dopo che il messaggero lasciò la città di Betania. Attese pertanto affinché, quando sarebbe giunto, lo avrebbe trovato nella tomba già da 4 giorni. In tal modo, considerando anche il clima della Giudea, il suo corpo si sarebbe trovato già in uno stato di decomposizione. È importante sottolineare che la credenza popolare giudaica, non nata da rivelazioni bibliche ma sviluppatasi da elaborazioni rabbiniche alle stesse nel corso dei secoli, riteneva che l'anima di un defunto restasse in prossimità del corpo per 3 giorni, in attesa della resurrezione. Giunto il 4° giorno però lo avrebbe lasciato per sempre. Pertanto, Gesù era perfettamente conscio che la resurrezione di un uomo dopo 4 giorni avrebbe costituito, agli occhi di tutti, il segno più prodigioso che avesse mai compiuto in vita. Maggiore della resurrezione della figlia di Iairo o del figlio della vedova di Nain.

Giovanni 11:17-24 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno».

Nelle parole che Marta rivolse a Gesù vi potremmo leggere quasi un rimprovero, tuttavia sono ancora piene di rispetto e di fiducia. Ciò nonostante, non fu in grado di comprendere immediatamente la portata dell'affermazione di Gesù, relativa alla resurrezione del fratello. Ritenne infatti che stesse facendo riferimento alla speranza di ogni israelita fedele, ossia la resurrezione finale. Gesù tuttavia desiderava spostare la sua attenzione da una fede generica in un atto futuro promesso da Dio, ad una fede personale in Lui. Voleva toccare un cuore immerso nel dolore e donargli speranza e serenità mediante l’affermazione successiva.

Giovanni 11:25-27 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

L’intervento successivo è il punto focale del passo, il momento nel quale Gesù fece 3 dichiarazioni ed 1 domanda:
1° - Io sono la risurrezione e la vita: Io ho l'autorità di ridare la vita vincendo la morte.
2° - Chi crede in me, anche se muore, vivrà: Io userò tale autorità verso tutti coloro che entreranno nella morte avendo, in vita, creduto in Me (cioè coloro che ripongono in Lui la loro fiducia, non solo per un lontano futuro ma soprattutto per il loro presente, che vivono ascoltando la Sua parola e desiderano metterla in pratica tramite un'obbedienza fiduciosa).
3° - Chiunque vive e crede in me, non morirà mai: Io non permetterò che la relazione costruita con Me in vita sia interrotta dalla morte.
4° - Credi tu questo?: Ti fidi di me? Sei disposta a mettere tutta la tua vita nelle mie mani?

La risposta di Marta non tardò ad arrivare e fu completa ed esauriente: io credo che tu sia il messia promesso, l'unico vero Salvatore. Tale fiducia non fu delusa, perché i suoi occhi videro la resurrezione del fratello.

Gesù, per divenire concretamente il nostro Salvatore scelse di morire sulla croce, non per una punizione meritata, perché non peccò mai, ma per saldare il debito di morte che io e te avevamo acquisito con la nostra condotta. Come vittima innocente si sostituì ai colpevoli. Pagò Lui stesso il prezzo del perdono dei nostri peccati. Sperimentò volutamente l'effetto di una condanna non solo fisica, ma che toccò profondità spirituali che non saremo mai in grado di comprendere pienamente. Fu sepolto, ma trionfò e sconfisse per noi la morte con la Sua resurrezione, il segno per eccellenza della Sua divinità.

La domanda che rivolse quel giorno a Marta viene rivolta ancora oggi ad ogni persona che venga in contatto con il vangelo: credi in Me? Sei pronto a confessare realmente l'egoismo del tuo cuore ed a cambiare modo di vivere? Gesù è l’unica speranza di poter ottenere il perdono divino. La Bibbia è chiara in ciò che afferma: l'uomo può essere salvato unicamente per la sola grazia, ricevuta mediante la sola fede in Gesù.

Giovanni 3:36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.

La domenica di Pasqua Ersilia ha esalato il suo ultimo respiro, ha lasciato in terra il suo corpo. Il giorno che ricordava al mondo la resurrezione di Gesù ricorderà a noi per sempre la sua morte. Eppure la sua storia non finisce qui. Se anche Ersilia, come me, ha creduto nel medesimo Salvatore e se, come me, ha sperato nel medesimo Signore, allora non è affatto un addio, ma un arrivederci. A presto Ersilia, ci rivedremo nella casa del Padre.

Patrick Galasso

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In Italia non siamo molto familiari con gli uragani, ma altri Stati non possono affermare altrettanto. È sconvolgente vedere la forza in azione di un simile evento meteorologico e mi fa profondamente riflettere il vedere come le persone di quella nazione, allertate dai vari servizi meteo, si preparino proteggendo finestre e preparando scorte alimentari mentre il cielo è ancora blu ed intorno regni ancora la calma. Uno degli aspetti della saggezza è sicuramente dato dalla capacità di prevedere un potenziale pericolo e prepararsi adeguatamente prima del tempo, prima che sia troppo tardi. Quanto affermato in ambito meteorologico è ovviamente valido anche per quanto riguarda la pandemia che sta sconvolgendo il nostro pianeta. Ritengo personalmente poco saggio che in molti Stati europei e di altri continenti non ci si prepari adeguatamente per poter affrontare quanto ha già drammaticamente colpito altre nazioni. Come le precauzioni o le restrizioni attuate da Stati come il nostro vengano ancora viste come eccessive.

Queste considerazioni mi spingono a formulare una ulteriore riflessione, a concentrarmi su un ulteriore atteggiamento che ritengo profondamente superficiale. Vi è infatti un “agente patogeno” molto più antico del coronavirus, molto più diffuso e molto più letale, in grado di contagiare ogni uomo, donna e bambino vissuto nel passato, che sta vivendo ora e che vivrà dopo di noi. Se il Covid-19 è in grado di attaccare il nostro corpo, indebolirlo e perfino ucciderlo, esiste qualcos’altro in grado di attaccare non solo il corpo, ma anche l’anima e lo spirito: il peccato. La scienza umana ha apportato indubbiamente ed innegabilmente moltissimi benefici all’umanità. Probabilmente, speriamo a breve, riuscirà anche a trovare un vaccino in grado di neutralizzare gli effetti di questo nuovo coronavirus. Ma per poter risolvere il problema del peccato l’unico “antidoto” di cui siamo stati forniti è e rimane unicamente il Vangelo. Tale termine significa “buona notizia” ed il cristianesimo ha il compito di diffondere la migliore notizia mai annunciata all’umanità. Essa non riguarda qualcosa che noi dobbiamo fare per poter ottenere i benefici di tale guarigione ma che possiamo unicamente ricevere. Il vangelo afferma che Dio è venuto in terra per compiere qualcosa di definitivo, per guarire uomini e donne dal problema del peccato offrendo la propria vita in sacrificio al posto della loro. Il messaggio della Pasqua è la dichiarazione che la morte di Gesù in croce e la sua resurrezione hanno soddisfatto le richieste divine di giustizia, potendoci così offrire definitivamente il perdono.

Ma tutto questo ormai non ci sorprende più. Fin dalla nascita siamo abituati a vedere simboli che ci narrano questa storia: crocifissi appesi alle aule di scuola e nelle chiese, liturgie religiose che anno dopo anno ripresentano la via crucis, tradizioni familiari e culturali di una nazione che più o meno volontariamente definisce sé stessa cristiana. Ma vi è qualcosa che sfugge comunque alla maggioranza. Qualcosa che i più non riescono a comprendere, ad afferrare. Non è facile cogliere la “buona notizia” legata alla Pasqua perché siamo stati abituati a pensare alle persone come generalmente accettabili, a parte qualche pessima eccezione, ed a Dio come incline a perdonarle, accoglierle, stringerle in un abbraccio collettivo a patto che seguano qualche regola religiosa e che, di tanto in tanto, manifestino qualche senso di colpa e facciano qualcosa per il bene del prossimo. Pertanto, se vogliamo capire perché questa “notizia” sia così “buona” e speciale rispetto a tutte le altre e perché fosse necessario che Gesù Cristo soffrisse e morisse al posto nostro, occorre far maggiormente luce sul carattere di Dio e sulla nostra reale condizione di esseri umani.

1° - Il carattere di Dio

1 Giovanni 4:8 Dio è amore.
È un Suo attributo, la Sua natura, la Sua essenza.

Isaia 6:3 Santo, santo, santo è il SIGNORE degli eserciti!
Per Sua natura è anche perfettamente puro e separato da ogni tipo di corruzione morale, presente nel creato e nelle creature.

Salmo 11:7 il SIGNORE è giusto; egli ama la giustizia.
La Sua eccellenza morale è perfetta.

Ecclesiaste 12:16 Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male. Ebrei 4:13 E non v'è nessuna creatura che possa nascondersi davanti a lui; ma tutte le cose sono nude e scoperte davanti agli occhi di colui al quale dobbiamo render conto.
Nonostante sia amore, Dio giudicherà l’umanità secondo i più alti e rigidi canoni di purezza e giustizia possibili.

2° - Il carattere dell’essere umano

Ecclesiaste 7:29 Dio ha fatto l'uomo retto, ma gli uomini hanno cercato molti sotterfugi.
Matteo 15:19 Poiché dal cuore vengono pensieri malvagi, omicidi, adultèri, fornicazioni, furti, false testimonianze, diffamazioni.

Tutti noi per natura siamo moralmente contaminati, corrotti ed inclini al male. Se valutiamo con onestà i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni non possiamo che riconoscerlo. Possiamo anche illuderci di essere, in fin dei conti, delle brave persone. Certo, confrontandoci con gli altri troveremo sempre chi è peggiore di noi per poterci consolare e sentirci migliori. Tuttavia è Dio che valuterà la mie a la tua vita e per di più mediante i Suoi parametri e non i nostri. Non si baserà sul nostro giudizio personale ma sul Suo, confrontandoci con la Sua legge ed i Suoi comandamenti.

Romani 3:19, 23 Or noi sappiamo che tutto quel che la legge dice, lo dice a quelli che sono sotto la legge, affinché sia chiusa ogni bocca e tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio; 23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio.

Il verdetto della legge divina è dimostrare quanto noi tutti siamo inclini, per natura e per scelta, a formulare pensieri e compiere atti che contrastino quotidianamente la santità e la giustizia divina.

3° - Il grande dilemma

Proverbi 17:15 Chi assolve il colpevole e chi condanna il giusto sono entrambi un abominio per l'Eterno.

Se tutti noi siamo colpevoli di aver volutamente infranto, per un infinito numero di volte, le Sue leggi, come può un Dio giusto e santo assolverci? Forse ora la risposta a tale quesito può non interessarti, ma come risponderai a tale quesito al termine della tua esistenza? Se, a causa di quanto sta accadendo in questi giorni nel mondo, anche tu realizzassi che il tuo percorso è giunto al termine, riusciresti ancora a considerarla una domanda inutile?

4° - La soluzione divina

La soluzione a questo dilemma è stata trovata direttamente da Dio. Ha escogitato un modo affinché potesse manifestare, nei nostri confronti, il Suo amore mediante il perdono e nello stesso tempo non invalidasse la Sua giustizia che richiedeva una sentenza di colpevolezza. Ha pagato Lui stesso il nostro debito. Ha punito Sé stesso al posto nostro. Questa è la migliore notizia che tu possa mai ascoltare in tutta la tua vita. Dio ti offre il Suo perdono gratuitamente. Forse avresti preferito scoprire di essere l’erede di una vincita milionaria, oppure preferiresti guarire da una malattia terribile, ma quei soldi non li godresti per sempre e la vecchiaia farà comunque da anticamera al giorno della tua morte.

Giovanni 3:16; 15:13 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 15:13 Nessuno ha amore più grande di quello di dare la sua vita per i suoi amici.
2 Corinzi 5:21 Colui che non ha conosciuto peccato, egli lo ha fatto diventare peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui.

Il vangelo afferma che Dio Padre ti ha amato fino al punto di offrire la vita di Suo Figlio per salvare la tua, e che Gesù stesso ha preferito offrirsi volontariamente piuttosto che emettere una sentenza di condanna nei tuoi confronti.
Il Padre eterno ha rivolto la Sua ira verso il Figlio, punendolo per colpe che non aveva mai commesso e Gesù ha preferito sopportare fisicamente le sofferenze atroci della crocifissione, ed essere spiritualmente colpito dal giudizio divino, piuttosto che farti realizzare le conseguenze di essere oggetto della maledizione divina.

Isaia 53:4-5 Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava, erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato; ma noi lo ritenevamo colpito, percosso da Dio e umiliato! 5 Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni, stroncato a causa delle nostre iniquità; il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti.
1 Pietro 2:24 egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce, affinché, morti al peccato, vivessimo per la giustizia, “e mediante le sue lividure siete stati guariti”.

Ovviamente, tutti i credenti continuano a sperimentare la malattia, la vecchiaia e la morte corporale, conseguenza fisica per eccellenza del peccato. La guarigione di cui parla il profeta Isaia è invece avvenuta una volta per tutte ed era riferita alle problematiche spirituali del popolo di Israele. L’apostolo Pietro poi le applica anche alla chiesa, formata da persone provenienti da ogni popolo. Morendo sulla croce Gesù ha sanato le nostre anime malate di peccato una volta e per sempre. Il Servo del Signore ha pagato per peccati non suoi, in quanto privo di peccato, sodisfacendo del tutto l'esigenza di giustizia di un Dio perfettamente santo e liberandoci da una punizione che ci spettava di diritto: l'ira del Padre.

1 Corinzi 15:14 se Cristo non è stato risuscitato, vana dunque è la nostra predicazione e vana pure è la vostra fede.

Dopo aver offerto la sua vita Gesù resuscitò dalla morte. Questo fatto è cruciale e DEVE essere storicamente avvenuto. Se così non fosse il cristianesimo stesso, non essendo una semplice filosofia o religione inventata dall’uomo, ma il risultato della fiducia posta in colui che ha dichiarato di essere Dio e di aver vinto la morte, sarebbe la più grande delle illusioni.

Atti 17:30-31 Dio dunque, passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell'uomo ch'egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti.

La resurrezione è la dimostrazione che il Padre ha gradito perfettamente l’offerta del Figlio, non solo considerandola il pagamento perfetto per il nostro infinito debito, contratto a causa del peccato, ma al punto da affidare nelle mani di Gesù anche il giudizio universale di tutti i peccatori. Noi compresi.

5° - La nostra responsabilità

Marco 1:15 ravvedetevi e credete al vangelo.
Atti 26:20 ho predicato che si ravvedano e si convertano a Dio, facendo opere degne del ravvedimento.

Questa “buona notizia” non va solo ascoltata e compresa, occorre credervi ed agire di conseguenza. Farlo significa innanzitutto ravvedersi, ossia pentirsi. Non tanto e non solo di alcuni atti da noi considerati gravi, ma soprattutto dal fatto che ogni cosa da noi pensata, detta e fatta ha offeso la purezza divina senza che noi vi dessimo peso. Tale ravvedimento sarà genuino soltanto se, dalle emozioni, si passerà alle azioni. Se avremo genuinamente riconosciuto che la nostra vita, fino a quel momento, ha offeso profondamente il Creatore dell’universo, proveremo non solo vergogna e disagio, ma anche il desiderio di cambiare radicalmente il nostro modo di vivere.
Lo faremo per fede. Essa non comporta unicamente il credere fermamente che esista un Dio nel cielo, ma la fiducia senza riserve nelle Sue promesse e nella Sua persona. Comporta iniziare a fidarsi più di Lui che di sé stessi, delle Sue parole più che delle proprie emozioni e convinzioni personali, del sacrificio sostitutivo di Gesù più che delle nostre buone opere meritorie. Comporta scendere dal trono della propria breve vita per farvi salire il solo che Ha il diritto di sedervi stabilmente.

6° - I benefici della Pasqua

Romani 5:1 Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore.
Filippesi 1:6 E ho questa fiducia: che colui che ha cominciato in voi un'opera buona, la condurrà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.

Se ci ravvedremo e riporremo fede in Cristo potremo essere certi che tutto ciò che è stato da noi commesso in passato, che commettiamo al presente e commetteremo in futuro è stato e sarà perdonato da Dio. Essere giustificati comporta l’essere riconosciuti legalmente giusti davanti al tribunale divino, non in virtù dei propri meriti ma di quelli acquisiti da Gesù per noi ed a noi imputati. Immeritatamente accreditati tramite l’opera di Gesù. Chi crede in Lui ottiene la pace con Dio, per sempre. Nonostante quanto affermato, la vita di un cristiano sarà comunque caratterizzata dalla confessione e da un costante ravvedimento. La lotta contro il peccato impegnerà le sue risorse e le sue energie per tutta la durata della sua vita. Vivrà sicuramente periodi di grandi vittorie ma anche di profonde sconfitte e potrà perfino accadere che gravi e scandalosi peccati lo coinvolgano ancora. Ciò nonostante, Dio non permetterà mai che tale condizione fallimentare duri per sempre, perché ha previsto e promesso la crescita spirituale per le persone che Lui ha salvato dal peccato.

Credi tu che Gesù sia morto per sostituirsi ai peccatori? Credi che è morto anche al posto tuo? Se la risposta sarà affermativa, allora la tua vita ne verrà completamente condizionata.

Luca 5:31-32 Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. 32 Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento».
Giovanni 14:6 Gesù gli disse: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me».

La Pasqua ricorda a noi tutti che Gesù è l’unico medico in grado di somministrare il solo antidoto che Dio abbia mai fornito all’umanità per poterla guarire dal peccato. L’unico che possa salvare anche te. Non illuderti, non troverai mai una via alternativa. Sii saggio, pensaci prima.

Patrick Galasso

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