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Da svariate settimane, a causa del virus che sta circolando ormai in tutto il mondo, moltissimi genitori stanno passando quasi tutta la giornata con i propri figli. Non è più possibile avvalersi del supporto di babysitter, dell’asilo, della scuola o dei nonni. Per la maggior parte di essi ciò è un dramma, soprattutto per coloro che sono costretti a lavorare da casa. Non è affatto facile, infatti, conciliare la concentrazione dovuta alle proprie responsabilità lavorative con l’attenzione che i bambini richiedono costantemente. Tuttavia, per molti di loro, il disagio non è legato unicamente alla difficoltà di dover conciliare il lavoro con il ruolo genitoriale, ma al fatto che seguire costantemente i propri figli è impegnativo e stancante di per sé. I bambini non riescono a rimanere concentrati a lungo, si stufano facilmente e per occupare la loro giornata occorre tanta fantasia e molto impegno.
Perché molti genitori fanno così fatica a passare le giornate con i propri bambini? Perché non riescono a vedere questo periodo come un’opportunità anziché come un dramma?
Ma non tutti i genitori hanno i figli piccoli. Molti si ritrovano a passare le giornate con adolescenti nervosi, scostanti, irrequieti e non vedono l’ora che tutto torni alla normalità. Una normalità che spesso comporta il vivere delle vite separate, nelle quali ognuno è immerso nei propri interessi. Qual è quindi il vero problema di fondo? Per moltissime persone l’essersi riscoperti genitori senza preavviso. Il dover realizzare, contro voglia, di non aver investito sufficientemente nel rapporto con i figli. Infatti, il tempo non investito precedentemente con i propri bambini comporterà, inevitabilmente, il dover vivere con degli adolescenti sconosciuti e distanti.

Poiché i figli normalmente nascono e crescono all’interno delle famiglie, potremmo paragonare la famiglia ad una serra. Sarà compito dei genitori, appena i semi saranno germogliati, preparare le piccole piantine al loro sviluppo regolando la temperatura, l'umidità e curando il terreno affinché le piantine stesse possano crescere. L’errore di molti genitori è pensare che i figli “crescano da soli”, convinti che da grandi sapranno autonomamente fare le scelte migliori. Altri invece delegano ad altri la responsabilità educativa credendo che la scuola, i babysitter od al meglio i nonni possano adempiere meglio di loro a tale compito. Occorre quindi sfatare immediatamente questi 2 malintesi.

1° - I nostri figli non sono “buoni per natura”

Salmo 51:5 Ecco, io sono stato generato nell'iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato.

Il re Davide, autore di questo salmo, non sta affermando di essere nato al di fuori di un contesto legittimo, in quanto i suoi genitori erano legittimamente uniti in matrimonio. Non sta neppure affermando che l’atto sessuale con cui la sua vita ha avuto origine sia intrinsecamente sbagliato, in quanto tale atto è parte del buon progetto divino per l’umanità. Sta piuttosto affermando che l’uomo non è intrinsecamente buono, al contrario, la Parola di Dio lo dipinge come intrinsecamente malvagio. Questo significa che anche i nostri piccoli “pargoletti” non sono buoni per natura ed hanno bisogno del vangelo della grazia. Non sono “predisposti” all’obbedienza ma alla disobbedienza. Non sono predisposti all’altruismo ma all’egoismo. Vanno educati, esortati e rimproverati. Pertanto, se li abbiamo abituati a soddisfare subito ogni minimo capriccio per non sentirli urlare e lamentarsi e per non farci tormentare con la loro insistenza, ora ci ritroveremo per tutta la giornata dei bambini ingestibili.
2° - Il compito di educarli non spetta ad altri, ma fondamentalmente ai genitori
Deuteronomio 6:6-7 Questi comandamenti, che oggi ti do, ti staranno nel cuore; 7 li inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando te ne starai seduto in casa tua, quando sarai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.

Le nostre parole e le nostre scelte influenzeranno i nostri figli in modo molto potente, più di qualunque altra cosa nella loro vita. Le nostre parole non pianificate, estemporanee, il modo in cui ci comportiamo mostra il vero tesoro del cuore di ogni genitore. Lo stesso si può dire delle nostre parole mentre siamo irritati, affamati, preoccupati, nervosi, stanchi: i nostri figli ci osservano sempre. Infatti, noi parliamo spesso delle cose che amiamo, involontariamente escono dalla nostra bocca; cosa sentono i nostri figli? Che discordi facciamo con loro a tavola, mentre giochiamo o passeggiamo con loro? Qual è il “dio” che i nostri figli ci vedono adorare? La carriera lavorativa? Il denaro? Il benessere? La nostra realizzazione personale? La nostra serie TV preferita? Tutte queste cose non sono sbagliate in sé, tuttavia il vero perno intorno al quale Dio vorrebbe che una famiglia ruotasse è Lui stesso. Questo non significa che la vita in famiglia debba somigliare ad una perenne lezione di catechismo, oppure ad una sorta di collegio con regole ferree da cui ogni figlio vorrebbe scappare.
Piuttosto significa coltivare:

a) L’amore: mediante le parole, gli atti ed i gesti a loro rivolti senza vergogna ossia abbracciandoli, baciandoli e mostrandosi felici di stare con loro. I nostri figli devono capire che per noi sono veramente importanti.

b) Il divertimento: La nostra casa deve essere attraente dal punto di vista relazionale. Un genitore deve impegnarsi nel favorire l'armonia familiare promuovendo delle attività insieme ed investendo tempo per giocare con i figli. Utilizziamo la nostra fantasia per creare serate ricche di calore familiare oppure dei pomeriggi allegri e sereni. Il rapporto famigliare deve essere divertente, giocoso e scherzoso; una famiglia dove la santità viene confusa con lo stoicismo non esalta la gioia di Gesù. Occorre creare dei ricordi felici per costruire costantemente delle basi per la felicità familiare futura.

c) La disciplina: Proverbi 6:20-23 Figlio mio, osserva i precetti di tuo padre, e non trascurare gli insegnamenti di tua madre; 21 tienili sempre legati al cuore e attaccati al collo. 22 Quando camminerai, ti guideranno; quando dormirai, veglieranno su di te; al tuo risveglio ti parleranno. 23 Il precetto è infatti una lampada, l'insegnamento una luce, le correzioni e la disciplina sono la via della vita

I precetti rappresentano l'insieme delle regole familiari. Non è facile per un bambino comprendere perché un certo comportamento sia lecito oppure no, è più facile che comprenda che qualcosa non si possa fare o non sia corretto farlo perché il papà o la mamma hanno detto di non farlo. Si tratta della cosiddetta fase di eteronomia (da: etero = altro e nomos = norma, regola) che consiste nel rispettare una regola perché una persona che si ritiene importante l’ha dettata. Un ragazzo deve essere però accompagnato nel lento e progressivo passaggio dall’eteronomia all’autonomia (da: auto = da solo e nomos= norma, regola) vale a dire alla fase in cui sarà poi in grado di comprendere le regole ed accettarle da solo. Questo significa che non si limiterà ad attenersi ad una norma o regola perché ha paura della rottura del legame con l’adulto che vuole che venga rispettata, ma avrà consapevolezza di tutta una serie di conseguenze, su di sé e sugli altri, dell’esito delle proprie azioni e delle proprie scelte.

Colossesi 3:21 Padri, non irritate i vostri figli, affinché non si scoraggino.

Irritare significa “provocare, amareggiare”. Facciamo questo errore dicendo a nostro figlio “ti perdono”, ma mantenendo un atteggiamento distaccato; questa è un'irritante bugia. Oppure mostrando un disarmante scoraggiamento davanti all'ennesima mancanza del figlio; questa è crudeltà, perché lascia intendere che ciò che è stato spezzato non si può più recuperare. Infine punendolo in modo esemplare ma non coltivando interesse per lui, oppure non lodandolo con altrettanto entusiasmo quando, al contrario, fa cose lodevoli. Ogni qual volta farai ricadere su tuo figlio il tuo nervosismo, le tue frustrazioni per i fallimenti o le umiliazioni subite, i problemi relazionali con il coniuge o le aspettative che hai per lui e che lui sta deludendo perché è diverso da te stai confondendo l'ira con l'amore, stai chiamando disciplina la tua vendetta. Se i nostri figli considerano la propria famiglia un contesto divertente, bello, sereno, piacevole, gioioso e giocoso e se il nostro rapporto con loro è intenso, la disciplina più grande non sarà il dolore di una punizione, adeguata alla loro età, ma vedere il nostro dispiacere negli occhi.

d) La coerenza: Nessun genitore sarà mai perfettamente coerente, ma dovrebbe coltivare la convinzione che le regole valide per un figlio siano valide per tutti i figli, padre e madre compresi; senza preferenza alcuna. La coerenza produce la fiducia e la fiducia alimenta la relazione vera e profonda, è un dramma osservare dei figli che si vergognano dei propri genitori perché li considerano degli ipocriti.

e) Il coinvolgimento: ossia permettere ai propri figli, non più piccoli, di esprimere progetti, dare consigli e fare critiche costruttive sulla gestione di famiglia dei genitori. Ogni aspetto della vita deve essere oggetto di dialogo in famiglia. Ascoltare non è un esercizio passivo ma richiede concentrazione. Il genitore non dovrebbe correggere o interrompere il discorso dei figli, al punto che si scoraggino e pensino che non valga la pena parlare con loro. Usare l’arma del possedere più esperienza per metterli a tacere non fa bene alla relazione.

f) L’incoraggiamento: Il mondo è pieno di persone scoraggiate a causa dell'ingiustizia e delle difficoltà che debbono affrontare ogni giorno. La casa deve essere un rifugio, un posto sicuro ed accogliente per i figli, un luogo in cui si sentono amati ed accettati. È fondamentale che ogni membro di una famiglia sia felice di tornare o di stare a casa propria.

g) La libertà: Un genitore deve saper anche proteggere la libertà dei propri figli, se manca la libertà l'atmosfera familiare diverrà soffocante.
(1) di essere diversi - Se un figlio ha aspirazioni diverse dal padre, dalla madre o dai suoi fratelli non va scoraggiato; deve poter mostrare la sua personalità, le proprie potenzialità ed essere amato per ciò che è. È l’inizio di un dramma quando in una famiglia si inizia a percepire che un figlio viene preferito rispetto ad altri fratelli o sorelle, in quanto caratterialmente più vicino ad uno od entrambi i genitori. I figli hanno il diritto di perseguire i propri sogni e pianificare i propri progetti senza il peso di dover tenere conto di pregiudizi, differenze di opinione, di gusti o di tradizioni familiari.
(2) di fallire - Il genitore che coltiva uno spirito di perfezionismo avvelenerà il cuore del proprio figlio, alimentando in esso la convinzione che non sarà mai accettato così com'è, con le sue debolezze ed i suoi limiti. Spesso, ciò che frustra di più un genitore davanti agli sbagli dei figli non è la consapevolezza che abbia offeso Dio ma la paura dell'uomo e dell'apparenza, ossia il costante timore del giudizio degli altri. In realtà, ogni errore nella vita aiuterà i nostri figli a crescere. Un controllo crescente produce un rapporto decrescente, un rapporto decrescente sfocerà in un rapporto familiare assente, un rapporto familiare assente avrà come conseguenza un affetto familiare totalmente deteriorato. Il genitore cristiano deve saper sfruttare i momenti di fallimento dei propri figli, considerandoli opportunità da utilizzare per mostrare loro il perdono e la grazia all'interno della sua famiglia, ossia il vangelo di Cristo.

h) Il perdono: Se dei peccatori vivono insieme il conflitto sarà inevitabile, ciò che occorrerà è imparare l'arte della grazia e del perdono. I genitori devono essere pronti non solo a pretendere le scuse dei propri figli, ma anche a chiedere e ricercare il loro perdono quando saranno loro stessi a sbagliare.

i) La riconoscenza: 1Tessalonicesi 5:18 in ogni cosa rendete grazie, perché questa è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
È difficile insegnare tale principio se si incoraggiano e si assecondano sempre i capricci di un figlio egoista. Un bambino che riceve un dono deve imparare che quel gesto non è un atto dovuto ma un regalo e come tale va apprezzato. La gratitudine è l’antidoto naturale contro l'insoddisfazione che pervade le ultime generazioni. Per poterlo insegnare è fondamentale che i genitori ragionino allo stesso modo, imparando per primi a coltivare un atteggiamento di riconoscenza nei confronti della grazia divina che Dio costantemente offre loro.

Atti 16:30-31 «Signori, che debbo fare per essere salvato?» 31 Ed essi risposero: «Credi nel Signore Gesù, e sarai salvato tu e la tua famiglia».

Essere genitori non è affatto un compito facile, soprattutto se i nostri figli sono ormai grandi ed abbiamo perso molto tempo prezioso. Tuttavia il senso del vangelo comporta la possibilità di poter ricostruire le relazioni; innanzitutto con Dio, poi con le persone che abbiamo intorno. Gesù è pronto a perdonare i nostri fallimenti genitoriali se noi siamo pronti ad ammetterli e ad abbandonarli. Solo così potrà iniziare il Suo processo di guarigione profonda nelle nostre vite.

Patrick Galasso

Poiché l’argomento trattato tocca aspetti pratici e coinvolge le dinamiche familiari, ho pensato di completarlo con 3 domande in modo da stimolare una discussione costruttiva.

I° - Quando osservi tuo figlio, vedi in lui una creatura innocente ed intrinsecamente buona od un peccatore con un alto potenziale di malvagità?

II° - Delle 9 caratteristiche elencate come fondamentali per educare cristianamente i propri figli (amore, divertimento, disciplina, coerenza, coinvolgimento, incoraggiamento, libertà, perdono e riconoscenza) in quali ritieni essere più carente? Quali ritieni siano quelle nel quale il tuo partner è più carente?

III° - Se hai dei figli adolescenti o già adulti, magari anche già sposati, vorresti provare a confrontare le tue risposte con la loro opinione? Se lo farai, in alcune cose potrai sicuramente ringraziare il Signore, in altre forse dovrai chiedere perdono.

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Secondo i dati attuali nel nostro Paese sono già morte, a causa dell’infezione da Covid-19, oltre 22.000 persone. Per la maggior parte delle volte, per chi ascolta queste sconvolgenti notizie si tratta soltanto di numeri, di nomi e cognomi che rimangono per i più astratti, lontani. Ma per chi li ha conosciuti e amati quei nomi hanno dei volti da poter riconoscere, delle voci da poter ricordare, delle storie condivise da poter rivivere nella propria memoria. Anche noi, come chiesa locale, piangiamo uno dei tanti nomi colpiti da questa pandemia mondiale.

La sorella Ersilia è nata il 27/10/1926 ed ha iniziato a frequentare la chiesa nella metà degli anni 50, essendosi battezzata nel 1955. Si è sposata nell’ottobre del 1984 ed è rimasta vedova nel febbraio del 2001. È deceduta la domenica di Pasqua, ossia il 12/04/2020. In 93 anni di vita ha fatto innumerevoli errori, a volte scelte sagge e generose, insomma ha vissuto una vita come tante altre nel mondo. Poi, ad un tratto questo percorso è giunto al termine. Ad un tratto tutto finisce. Molte volte, in questi ultimi 2 anni, mi aveva confidato di essere stanca, voleva che il Signore la prendesse, fino a che quanto chiedeva si è realmente realizzato. Purtroppo, in questo drammatico periodo, dopo tanti anni passati insieme non è neppure possibile fare un funerale. Chi avrebbe mai immaginato una cosa simile anche soltanto 4 o 5 mesi fa? Non è possibile donare un ultimo saluto, portare un fiore, piangere il proprio defunto od accompagnarlo per l’ultima volta al luogo che accoglierà il suo corpo ormai privo di vita. Però una cosa possiamo farla: riflettere, riflettere seriamente e profondamente.

Sono certo che, se dovessi chiedere a 1000 persone se preferirebbero trovarsi ad una festa oppure in una casa colpita da un grave lutto familiare, otterrei da tutti la medesima risposta: una festa! Perché a tutti piace la gioia, la spensieratezza, l’allegria. Eppure, nella Bibbia troviamo questa dichiarazione.

Ecclesiaste 7:2 È meglio andare in una casa in lutto, che andare in una casa in festa; poiché là è la fine di ogni uomo, e colui che vive vi porrà mente.

Questa è sicuramente un'affermazione molto forte, tuttavia è importante prestargli attenzione. Non soltanto perché fu scritta da uno degli uomini più saggi della storia, ossia il re Salomone, ma soprattutto perché fu ispirata direttamente dalla bocca di Dio, il quale afferma: ponici mente, rifletti! Non importa chi sei ed in quale epoca e contesto economico e sociale ti trovi. Prima o poi, da semplice spettatore diverrai il protagonista di tale evento, da colui che partecipa al dolore altrui diverrai la causa di tale dolore. Arriverà quel momento che ti strapperà dalle persone care, che porrà fine a tutti i tuoi progetti, che riempirà di dolore coloro che rimarranno in vita senza di te.

La morte però non giunge come un'incidente di percorso, come un difetto di fabbricazione, ma come un giudizio sul nostro peccato. Il termine peccato deriva da una parola ebraica che significa lett. “ciò che non raggiunge lo scopo”.

1 Giovanni 3:4 Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.

Peccare significa pertanto violare una legge che, al contrario, avremmo dovuto osservare per raggiungere lo scopo per cui siamo stati creati da Dio.
Ma quale legge viene violata e quale finalità ha tale legge? La risposta migliore in termini di sintesi e di esaustività è sicuramente quella data da Gesù stesso ad un fariseo, ossia ad un uomo religioso e molto esperto nella legge divina.

Matteo 22:36-40 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Viene violata la legge di un Dio di amore, che ha come finalità quella di far vivere ogni persona amando Dio con ogni briciolo di forza e passione ed il prossimo come sé stessi.
Purtroppo abbiamo tutti fallito, siamo incapaci di osservare una legge simile perché siamo per natura egoisti (amiamo noi stessi più di ogni altra cosa).

Romani 6:23/a Il salario del peccato è la morte

La morte quindi è la giusta retribuzione che meritiamo per la nostra condotta di vita. È il giudizio emesso da un Dio santo sul peccato … ed i nostri pensieri, le nostre azioni e le nostre scelte hanno manifestato, in modo più o meno evidente, che siamo dei peccatori. Hanno dimostrato che il nostro cuore non è ricolmo del desiderio di amare Dio con tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi, ma è imprigionato dal desiderio di sfruttare ogni circostanza per ottenerne un beneficio personale. Infatti, anche se a volte non ce ne accorgiamo neppure, per natura siamo portati ad avvicinarci a Dio, mediante le opere religiose, non per amore, ma unicamente per ottenerne le benedizioni e per paura dell'inferno. Siamo portati inoltre ad avvicinarci alle persone non per servirle e renderle felici, ma per la nostra felicità. Davanti poi alle difficoltà od i conflitti siamo portati a fuggire, coltivare il rancore nel cuore o vendicarci perfino quando ci si relaziona con il coniuge, con degli amici o con i nostri figli.
Per grazia divina, tuttavia, il versetto appena letto non è terminato.

Romani 6:23 Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Dio, essendo Santo, non si può relazionare con dei peccatori, essendo Giusto non può non punirli, ma nella Sua misericordia ci ha offerto una via di salvezza.
Ed è proprio durante un funerale che Gesù fece una delle Sue dichiarazioni più belle.

Giovanni 11:1-6 C'era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». 5 Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; 6 com'ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Nella richiesta delle 2 sorelle vi troviamo implicitamente il desiderio che Gesù guarisse il loro amato fratello. Potevano contare sull’aiuto di Gesù perché sapevano che nutriva un forte affetto per tutti loro. Lazzaro, come tutte le altre persone prima di lui, si era ammalato, aveva sofferto ed era morto come naturale conseguenza del peccato. Tuttavia, Dio in persona stava per inserirsi in quella esperienza mortale per infonderle uno scopo preciso: dare gloria al Padre tramite l'azione amorevole e potente del Figlio. Gesù, per raggiungere tale obiettivo, non si precipitò immediatamente dal luogo dove si trovava (Perea, l’altra sponda del Giordano), che distava da Betania circa un giorno di cammino, ma decise di aspettare altri 2 giorni. Tale scelta non deve essere interpretata come un atto di freddezza o di mancanza di amore, perché Egli è l’unico che possedeva il quadro completo della situazione. Gesù, quando ricevette la notizia, era consapevole che Lazzaro era già morto da 1 giorno. Probabilmente spirò poche ore dopo che il messaggero lasciò la città di Betania. Attese pertanto affinché, quando sarebbe giunto, lo avrebbe trovato nella tomba già da 4 giorni. In tal modo, considerando anche il clima della Giudea, il suo corpo si sarebbe trovato già in uno stato di decomposizione. È importante sottolineare che la credenza popolare giudaica, non nata da rivelazioni bibliche ma sviluppatasi da elaborazioni rabbiniche alle stesse nel corso dei secoli, riteneva che l'anima di un defunto restasse in prossimità del corpo per 3 giorni, in attesa della resurrezione. Giunto il 4° giorno però lo avrebbe lasciato per sempre. Pertanto, Gesù era perfettamente conscio che la resurrezione di un uomo dopo 4 giorni avrebbe costituito, agli occhi di tutti, il segno più prodigioso che avesse mai compiuto in vita. Maggiore della resurrezione della figlia di Iairo o del figlio della vedova di Nain.

Giovanni 11:17-24 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno».

Nelle parole che Marta rivolse a Gesù vi potremmo leggere quasi un rimprovero, tuttavia sono ancora piene di rispetto e di fiducia. Ciò nonostante, non fu in grado di comprendere immediatamente la portata dell'affermazione di Gesù, relativa alla resurrezione del fratello. Ritenne infatti che stesse facendo riferimento alla speranza di ogni israelita fedele, ossia la resurrezione finale. Gesù tuttavia desiderava spostare la sua attenzione da una fede generica in un atto futuro promesso da Dio, ad una fede personale in Lui. Voleva toccare un cuore immerso nel dolore e donargli speranza e serenità mediante l’affermazione successiva.

Giovanni 11:25-27 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

L’intervento successivo è il punto focale del passo, il momento nel quale Gesù fece 3 dichiarazioni ed 1 domanda:
1° - Io sono la risurrezione e la vita: Io ho l'autorità di ridare la vita vincendo la morte.
2° - Chi crede in me, anche se muore, vivrà: Io userò tale autorità verso tutti coloro che entreranno nella morte avendo, in vita, creduto in Me (cioè coloro che ripongono in Lui la loro fiducia, non solo per un lontano futuro ma soprattutto per il loro presente, che vivono ascoltando la Sua parola e desiderano metterla in pratica tramite un'obbedienza fiduciosa).
3° - Chiunque vive e crede in me, non morirà mai: Io non permetterò che la relazione costruita con Me in vita sia interrotta dalla morte.
4° - Credi tu questo?: Ti fidi di me? Sei disposta a mettere tutta la tua vita nelle mie mani?

La risposta di Marta non tardò ad arrivare e fu completa ed esauriente: io credo che tu sia il messia promesso, l'unico vero Salvatore. Tale fiducia non fu delusa, perché i suoi occhi videro la resurrezione del fratello.

Gesù, per divenire concretamente il nostro Salvatore scelse di morire sulla croce, non per una punizione meritata, perché non peccò mai, ma per saldare il debito di morte che io e te avevamo acquisito con la nostra condotta. Come vittima innocente si sostituì ai colpevoli. Pagò Lui stesso il prezzo del perdono dei nostri peccati. Sperimentò volutamente l'effetto di una condanna non solo fisica, ma che toccò profondità spirituali che non saremo mai in grado di comprendere pienamente. Fu sepolto, ma trionfò e sconfisse per noi la morte con la Sua resurrezione, il segno per eccellenza della Sua divinità.

La domanda che rivolse quel giorno a Marta viene rivolta ancora oggi ad ogni persona che venga in contatto con il vangelo: credi in Me? Sei pronto a confessare realmente l'egoismo del tuo cuore ed a cambiare modo di vivere? Gesù è l’unica speranza di poter ottenere il perdono divino. La Bibbia è chiara in ciò che afferma: l'uomo può essere salvato unicamente per la sola grazia, ricevuta mediante la sola fede in Gesù.

Giovanni 3:36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.

La domenica di Pasqua Ersilia ha esalato il suo ultimo respiro, ha lasciato in terra il suo corpo. Il giorno che ricordava al mondo la resurrezione di Gesù ricorderà a noi per sempre la sua morte. Eppure la sua storia non finisce qui. Se anche Ersilia, come me, ha creduto nel medesimo Salvatore e se, come me, ha sperato nel medesimo Signore, allora non è affatto un addio, ma un arrivederci. A presto Ersilia, ci rivedremo nella casa del Padre.

Patrick Galasso

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