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Agostino d’Ippona, considerato una padre della chiesa e vissuto tra il IV° e V° secolo, volendo difendere l'assoluta necessità di Cristo per la salvezza dichiarò che i bambini che muoiono senza battesimo sono “consegnati all'inferno con una pena mitissima”. Aveva compreso che la salvezza è associata alla grazia, ma ritenendo che la stessa fosse comunicata nel sacramento del battesimo, era certo che il peccato originale avrebbe di fatto impedito ai neonati di andare in cielo. Da ciò si consolidò l’idea del Limbo. Limbo significa orlo, bordo. Nella concezione dantesca dell'aldilà costituiva il primo cerchio dell'Inferno. Nella concezione teologica del cattolicesimo invece è sia il luogo che lo stato spirituale in cui ci si trova sì privati di una pena, ma anche della beatitudine legata alla comunione con Dio. I bambini pertanto, non avendo colpe concrete, restano in uno stato di gioia e tranquillità parziale poiché, in tale condizione, non ci sarà mai una felicità piena ed infinita. La teologia cattolica infatti, utilizzando l'espressione “ex opere operato”, il cui significato è che “opera attraverso le opere”, afferma che i sacramenti, tra cui il battesimo, sono uno strumento mediante il quale Cristo conferisce automaticamente la grazia. Ne consegue che il battesimo d'acqua, in quanto sacramento, sia in grado di rigenerare il bambino nel momento in cui lo riceve e di trasmettere il germe della fede allo stesso. Esso provvederebbe loro la garanzia della grazia, liberandoli dalle conseguenze del peccato e garantirebbe ai neonati di evitare il lato meno drammatico dell’inferno, unicamente a patto di aver vissuto abbastanza per poterlo ricevere. Nel 1563, durante il concilio di Trento, la chiesa cattolica ribadì che la salvezza dei neonati si basava sul battesimo, mentre nel 1951 papa Pio XII affermò che “nessun altro mezzo se non il battesimo è in grado di impartire la vita di Cristo nei piccoli fanciulli”. Successivamente, Papa Benedetto XVI, il 20 aprile 2007 approvò un documento della Commissione teologica internazionale nel quale si affermava che il tradizionale concetto di limbo rifletteva una “visione eccessivamente restrittiva della salvezza”. Il testo dichiara che “vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna. Vi sono ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini, poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa e inserirli visibilmente nel Corpo di Cristo”. Infatti, secondo il papa emerito Ratzinger, il Limbo non è mai stata una verità di fede ma un’ipotesi teologica, una tesi secondaria a servizio di una verità assolutamente primaria per la fede: l'importanza del battesimo, sacramento che deve essere prontamente amministrato.

Per noi protestanti, tale teologia non fa che annunciare da un lato un atto di grazia divina, ma dall’altro vincolando fortemente lo stesso ad un’opera umana. Crediamo che i sacramenti non conferiscano automaticamente la grazia a coloro che li ricevono, semplicemente per il solo fatto che li stanno compiendo, al di là della propria reale condizione spirituale.
Piuttosto, essi hanno semplicemente il compito di rappresentarla. Il battesimo d’acqua è sì un sacramento ordinato da Gesù in persona, ma non ha il potere di salvare nessuno. Ha lo scopo di mostrare a chi ci circonda la fede e l’obbedienza nei confronti del vangelo, una scelta personale che nessun neonato o piccolo bambino è in grado di effettuare consapevolmente.

In questo breve studio sto cercando di dare delle risposte a …
4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento

Nonostante il suo cuore ed il suo cervello non abbiano avuto il tempo di formarsi, per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Anch’esso/a con un’anima, ossia una personalità unica ed uno spirito immortale.

II^ Domanda: Dov’è adesso il mio bambino?

Sappiamo che vi sono passi biblici descrittivi ed altri prescrittivi, pertanto, anche quello che sto per leggere ha la finalità di descrivere quanto accaduto e non di avvalorare delle verità assolute. Anche se non mi baserò su questo passo, ma su altri, per avere delle risposte teologicamente esaustive su tale argomento, lo ritengo comunque in grado di farci riflettere circa la reazione diametralmente opposta di un uomo di Dio che amava il Signore e che lo conosceva intimamente, seppur fosse un peccatore e propenso alla ribellione come noi tutti.

2 Samuele 12:13-23 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. 14 Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa sua. 15 Il SIGNORE colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide, ed esso cadde gravemente ammalato. 16 Davide quindi rivolse suppliche a Dio per il bambino e digiunò; poi venne e passò la notte disteso per terra. 17 Gli anziani della sua casa insistettero presso di lui perché egli si alzasse da terra; ma egli non volle e rifiutò di prendere cibo con loro. 18 Il settimo giorno il bambino morì; i servitori di Davide non osavano fargli sapere che il bambino era morto; perché dicevano: «Quando il bambino era ancora vivo, gli abbiamo parlato ed egli non ha dato ascolto alle nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Potrebbe commettere un gesto disperato». 19 Ma Davide, vedendo che i suoi servitori bisbigliavano tra di loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servitori: «È morto il bambino?» Quelli risposero: «È morto». 20 Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e si cambiò le vesti; poi andò nella casa del SIGNORE e vi si prostrò; tornato a casa sua, chiese che gli portassero da mangiare e mangiò. 21 I suoi servitori gli dissero: «Che cosa fai? Quando il bambino era ancora vivo digiunavi e piangevi; ora che è morto, ti alzi e mangi!» 22 Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: Chissà che il SIGNORE non abbia pietà di me e il bambino non resti in vita? Ma ora che è morto, perché dovrei digiunare? 23 Posso forse farlo ritornare? Io andrò da lui, ma egli non ritornerà da me!»

Davide peccò davanti a Dio, scegliendo deliberatamente di divenire un adultero ed un assassino. Per poter avere Bat-Sceba fece leva sulla propria autorità regale e per coprirne le tracce evidenti, a causa del fatto che lei rimase incinta del re, fece in modo di esporre il legittimo marito, da mesi al fronte, a morte certa. Dopo che Natan, il profeta, lo accusò per quanto fatto, Davide si pentì amaramente e sinceramente, tuttavia tale gesto comportò una punizione divina che non si riversò sul re ma sul bambino nato da poco. Davide supplicò Dio non solo di ottenere il perdono divino per sé, ma anche di revocare tale decreto mediante un digiuno molto intenso. Ciò nonostante il bambino morì, ma la sua reazione fu per tutti sorprendente. I servitori credevano che Davide avrebbe potuto perfino uccidersi, invece era in pace. Tale stato d’animo non fu provato perché tanto ormai era morto e non c’era più nulla da fare; ossia, se Dio non avrebbe cambiato idea, tanto valeva tornare alla vita di prima. Conoscete un solo genitore che, dopo aver perso il proprio figlio, reagisca così: pazienza, ormai è andata, la vita continua? Soprattutto alla luce della consapevolezza della completa responsabilità di tale morte? Come ha potuto non finire schiacciato dal proprio senso di colpa? Perché sapeva che Dio lo aveva perdonato e che un giorno avrebbe rivisto suo figlio, che si sarebbero incontrati di nuovo nel luogo dove le anime riposano davanti a Dio.

Giobbe 19:26-27 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. 27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli d'un altro; il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

Anche se la rivelazione, fino a quel momento, era parziale e non forniva ancora la certezza delle resurrezione corporale, non vi erano dubbi circa il fatto che l’anima di un credente sarebbe stata con Dio in eterno.

2 Samuele 18:33 Allora il re, vivamente scosso, salì nella camera che era sopra la porta e pianse; e nell'andare diceva: «Absalom figlio mio! Figlio mio, Absalom figlio mio! Fossi pur morto io al tuo posto, Absalom figlio mio, figlio mio!»
2 Samuele 19:1-4 Allora andarono a dire a Ioab: «Il re piange e fa cordoglio a motivo di Absalom». 2 E in quel giorno la vittoria si mutò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è molto afflitto a causa di suo figlio». 3 Il popolo in quel giorno rientrò furtivamente in città, come avrebbe fatto gente coperta di vergogna per essere fuggita in battaglia. 4 Il re si era coperta la faccia e ad alta voce gridava: «Absalom figlio mio! Absalom figlio mio, figlio mio!»

Reazione ben differente davanti alla morte di un altro suo figlio. Absalom aveva cospirato contro il padre per anni per divenire re al suo posto, aveva innescato una guerra civile ed aveva tentato di uccidere l’unto del Signore. All’annuncio della sua morte fu inconsolabile, perché aveva una certezza differente. A differenza del primo figlio, il suo pianto non cessò con la morte ma invece cominciò con essa. Forse perché teneva maggiormente a lui rispetto che all’altro bambino? Il testo non ci fornisce tale spiegazione. Ci dice unicamente che nel primo caso sapeva esattamente che avrebbe incontrato nuovamente il bambino alla presenza di Dio, mentre non aveva alcuna certezza di ritrovarvi Absalom. Infatti, a causa delle sue scelte egoiste, malvagie e ribelli e per le quali non manifestò mai in vita sua alcun pentimento, la sua vita fu simile a quella che spesso Davide aveva descritto nei salmi parlando degli empi.

Su cosa basava Davide la convinzione di rivedere suo figlio? Su quali basi teologiche possiamo poggiarci noi per credere con certezza che rivedremo i nostri bambini in cielo? Forse perché sono puri ed innocenti?

Geremia 19:4-5 infatti mi hanno abbandonato, hanno profanato questo luogo e vi hanno offerto profumi ad altri dèi, che né essi, né i loro padri, né i re di Giuda hanno conosciuto, e hanno riempito questo luogo di sangue d'innocenti; 5 hanno costruito alti luoghi a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli in olocausto a Baal; cosa che io non avevo comandata, di cui non avevo parlato mai, e che non mi era mai venuta in cuore.

Dio era profondamente indignato dalla pratica abominevole con cui i pagani offrivano i propri bambini agli dei e che Israele aveva prontamente imitato. In questo passo, i bambini vengono considerati da Dio “innocenti”. Questo non significa che Dio li consideri allo stesso modo in cui noi solitamente li consideriamo. Nella nostra cultura, i bambini sono innocenti per natura. In altre parole nascono buoni, puliti e poi si contaminano a motivo di scelte sbagliate compiute a causa di una società corrotta. In realtà, nessuno nasce immacolato. Il seme di una pianta da frutto reca in sé già tutto il patrimonio genetico della pianta che si svilupperà da esso. Un melo non diverrà tale soltanto dopo aver prodotto poche o molte mele, al contrario, le mele saranno il risultato naturale della natura della pianta stessa. Allo stesso modo noi tutti siamo dei peccatori per natura e mostreremo la nostra natura nel tempo, con le scelte che compiremo. I bambini pertanto non diventano peccatori nel momento in cui commettono il loro primo peccato, piuttosto, lo commettono perché con esso manifestano la loro natura.

Genesi 1:28/a Dio li benedisse; e Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra
Salmo 51:5 Ecco, io sono stato generato nell'iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato.

Davide, autore del salmo, non stava affatto considerando peccaminoso l’atto con il quale i propri genitori lo avevano messo al mondo. Infatti, l’atto sessuale come strumento mediante il quale la vita si sarebbe diffusa fu pensato da Dio per l’uomo prima che il peccato entrasse nel mondo. Piuttosto, Davide ribadiva che siamo peccatori per natura e che essa ci contraddistingue dal momento del concepimento in avanti. Nessun bambino nasce in una condizione di purezza o senza la presenza del peccato nel proprio cuore, ma con la predisposizione a fare il male.

Romani 3:23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio
Romani 5:12-15, 18-19 Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... 13 Poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo, ma il peccato non è imputato quando non c'è legge. 14 Eppure, la morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15 Però, la grazia non è come la trasgressione. Perché se per la trasgressione di uno solo, molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti. 18 Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. 19 Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti.

La Bibbia afferma senza ombra di dubbio che tutti gli esseri umani sono peccatori fin dal momento del concepimento. Ogni persona nasce moralmente corrotta e predisposta al peccato a causa della natura ereditata da Adamo. Quando lui peccò, l’umanità intera fu trascinata da lui nella medesima condizione di ribellione. Dato che il peccato agì nella sua natura interiore, deturpandola e degenerandola, tale natura divenne un’eredità scomoda per tutti coloro che in seguito sarebbero stati generati, da Caino fino ai nostri giorni. L’innata propensione alla trasgressione si ripercosse su tutti coloro che sarebbero stati generati da colui che, per primo, aveva trasgredito. Il fatto stesso che i bambini possano morire è la dimostrazione che nascono nel peccato, altrimenti la morte non avrebbe alcun potere su di loro. È solo questione di tempo. Crescendo, quei bambini apparentemente immacolati sceglieranno volontariamente di peccare allo stesso modo in cui ciascuno di noi lo ha fatto in precedenza. È nella nostra natura. Infatti, l’unico innocente che sia mai morto è Gesù, il quale ha deposto la propria vita volontariamente, caricandosi di peccati non suoi. Per redimerci Dio applicò il medesimo principio. Come la ribellione di uno ha portato la morte alla discendenza, l’obbedienza di un altro ha portato la vita a coloro che riporranno la fede in Lui. Ne consegue che ciascuno di noi ha la necessità di nascere nuovamente se vuole sperimentare una vita spiritualmente dinamica. Ma fino a quando ciò non accade, la nostra natura ci porterà a manifestare unicamente atteggiamenti, valori e scopi completamente condizionati dal peccato.

Ciò nonostante, Dio non considera i bambini responsabili del peccato nel medesimo modo in cui considera gli adulti, ossia persone in grado di peccare in modo volontario e deliberato nei pensieri, nelle parole, nelle azioni e nelle scelte.

1 Corinzi 6:9-10 Non sapete che gl'ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v'illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, 10 né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.
Galati 5:19-21 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.
Colossesi 3:5-6 Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. 6 Per queste cose viene l'ira di Dio sugli uomini ribelli.

È fondamentale osservare che le persone sono sì peccatrici per natura, ma che la sentenza di giudizio nei loro confronti è sempre convalidata dalle opere. La condanna divina è sempre emessa in seguito ad inoppugnabili scelte volontarie peccaminose, siano esse attive o passive, esteriorizzate o semplicemente interiori. Dio non imputa ad una persona una colpa fino a quando non viene commessa. Pertanto, la condanna divina è sempre associata alle opere ed alle trasgressioni morali che vengono compiute come manifestazione dei pensieri e della volontà del cuore.

Giovanni 3:36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui».

Inoltre, possiamo riassumere l’essenza del peccato nella ribellione operata a causa dell’incredulità. La fiducia in sé stessi porta all’incredulità nei confronti di Dio ed automaticamente alla disobbedienza nei suoi comandamenti. Non a caso, il peccato di Adamo ed Eva avvenne a seguito di una scelta deliberata, fatta da persone create immediatamente con la capacità di comprendere e di decidere.
Ma i bambini non sono in grado di manifestare alcuna scelta di fede, poiché non ancora in grado di distinguere il bene dal male o ciò che è vero da quanto è falso.

Romani 1:18-21 L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non l'hanno glorificato come Dio, né l'hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato.

Quanto detto, al contrario, non può essere applicabile per coloro che sono nati e vissuti in contesti completamente pagani, lontani dalla verità del vangelo. Verso tali persone l’ira di Dio, l’atteggiamento costante di un Dio santo davanti al peccato, si manifesta in quanto rei di non averlo cercato alla luce della testimonianza della creazione e delle loro coscienze. Mediante tali strumenti Egli si rivela sufficientemente per mostrare la sua potenza e correttezza morale. Ciò nonostante Dio afferma che non lo glorificano, ossia non gli danno l’importanza dovuta e non lo ringraziano, ossia lo cercano al massimo per sfruttarne i benefici ma non per instaurare una relazione di dipendenza e riconoscenza.

È in tal modo quindi che deve essere compresa l’idea di “innocenza” dei bambini nella Scrittura. Essi sono per natura corrotti, tuttavia, seppur istintivamente egoisti ed egocentrici, non hanno ancora avuto modo di ribellarsi volontariamente al Signore, di manifestare incredulità nei suoi confronti. Possono dire delle bugie, rubare il giocattolo ad altri bambini all’asilo, possono sfidare i loro genitori mediante una delle prime paroline che imparano a dire con grande determinazione … NO. Tuttavia non sono in grado di comprendere che tali azioni stanno offendendo un Dio santo e che richiede da loro un cambio di atteggiamento. Semplicemente, seguono il loro istinto e tale istinto è corrotto dal peccato insito in loro per natura. Non potendolo sapere, Dio non li ritiene responsabili di tali scelte e non si aspetta da loro che si ravvedano e si affidino a Gesù, che è morto anche per la loro salvezza.

Luca 2:42, 46-49 Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa 46 Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47 e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. 48 Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». 49 Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?»

Un bambino ebreo doveva, come avviene anche oggi, aver raggiunto i 13 anni di età per poter diventare “figlio della legge o del comandamento”, ossia un membro a pieno titolo della sinagoga. Solo da quel momento sarebbe stato ritenuto una persona moralmente responsabile delle proprie azioni davanti alle legge, obbligato a seguirne i comandamenti ed a pagarne direttamente e personalmente le conseguenze davanti a Dio ed al popolo, in caso fossero state infrante. Solo allora avrebbe iniziato ad assumersi tutte le responsabilità legate al fatto di essere nato nel popolo di Dio. I ragazzi inoltre avrebbero contato come membri del gruppo di dieci persone, richiesto per celebrare il culto, ed avrebbero potuto guidare le liturgie e leggere la Torah. Non dobbiamo sorprenderci se anche Gesù, raggiunta pressappoco quell’età, mostrò una consapevolezza della propria natura divina ed una determinazione forte nel voler perseguire la missione che il Padre gli aveva affidato. Seppur non fosse ancora indipendente dall’autorità dei propri genitori, realizzò la propria indipendenza relazionale nei confronti del Padre e si stupì che i genitori, non vedendolo, non lo avessero cercato subito nel Tempio.

Ovviamente non è possibile determinare il momento esatto in cui un bambino diventa responsabile della propria anima davanti a Dio. Ogni sviluppo mentale è unico nel proprio genere, proprio come ogni persona è simile ma allo stesso tempo unica rispetto al mondo che la circonda. Uno sviluppo morale maturo comporterà la capacità di comprendere, seppur a grandi linee e con la mente di un ragazzino, la differenza tra bene e male, legge divina e peccato, giudizio e grazia salvifica. Ne consegue che, se un bambino muore prima di aver raggiunto una condizione di maturità morale e di consapevolezza di peccato davanti a Dio, sia da Lui considerato oggetto della sua grazia. Stesso principio per coloro che sono sviluppati nel loro corpo, ma che a causa di difetti genetici o malattie mentali non sono in grado di essere considerati moralmente responsabili. A causa della loro natura necessitano anch’essi del perdono. Tuttavia, a differenza degli adulti, sono salvati unicamente e completamente per iniziativa divina, senza che la fede dell’individuo ne venga coinvolta.
Pertanto, come la divina volontà sovrana ha decretato una vita così breve per tali individui, allo stesso modo ha decretato il loro accesso alla Sua presenza per l’eternità.

Marco 10:13-16 Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. 14 Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. 15 In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». 16 E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.

I bambini erano privi di importanza nella società giudaica. Soggetti all’autorità dei genitori, erano persone di cui doversi curare, non da rispettare. Gesù utilizzò i bambini piccoli come modello da seguire per i propri discepoli. Diventare come loro significava ribaltare la propria scala di valori dal punto di vista sociale, rovesciare i valori convenzionali ed accogliere quelli che venivano disprezzati. Vedeva inoltre in essi non tanto un esempio di purezza, ma un esempio di fiducia in ciò che gli adulti avrebbero loro insegnato, la semplicità, la dipendenza e l’incapacità di compiere opere meritorie.

Ma le sue parole andavano ben oltre. Il termine greco tradotto con “assomiglia” significa “tale come questo, di questo tipo o genere”. Se l’analogia della conversione spirituale si basava su un modello da loro visibile, sarebbe stato assurdo se il modello da lui utilizzato sarebbe stato poi di fatto scartato nel momento in cui uno di quei bambini sarebbe morto prematuramente. Infatti, questa è seconda volta in cui nei vangeli è scritto che Gesù si è indignato, l’altra è davanti alla mancanza di compassione dei farisei per la guarigione dell’uomo con la mano paralizzata da lui compiuta di sabato in una sinagoga. Inoltre, imporre le mani era segno di identificazione ed accoglienza. Nel farlo Gesù stava concedendo loro la propria benedizione, affermando che anche i bambini, di fatto ignorati dagli israeliti e reputati di scarso valore sociale, sono i cittadini del regno, sono quelli che vi entrano fisicamente.

Nessuno di loro potrà andare alla presenza di Dio perché lo ha meritato, oppure perché è innocente e puro, ma unicamente perché beneficerà inconsapevolmente dell’opera di Gesù. Infatti, esattamente come avviene anche per tutti gli adulti, nessuno potrà mai beneficiare della salvezza in virtù delle proprie opere di giustizia o per via di una sufficiente condizione morale. Ciò è possibile unicamente per grazia ed in virtù dell’opera completa compiuta da Gesù alla croce. La portata di quanto sto affermando è tale da considerarsi straordinaria, perché il beneficio dell’opera di grazia di Gesù va ad impattare miriadi di bambini di ogni epoca e cultura, anche le più immorali e lontane da Dio stesso. Bambini concepiti da genitori estranei a Dio, pagani, atei, spiritualmente morti.

Per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Uno di loro non è semplicemente scomparso, estinto, vaporizzato. Forte di tale convinzione sto cercando di dare delle risposte a … 4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento
II^ Domanda: dov’è adesso il mio bambino? È in cielo, alla presenza di Dio

E’ stato meglio avere un figlio per qualche mese piuttosto che non averlo mai avuto. Ora, con la personalità che lo avrebbe caratterizzato anche sulla Terra, ma senza alcuna traccia di peccato, è in cielo, alla presenza di Dio, potendolo godere per l’eternità.

Patrick Galasso