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Secondo i dati attuali nel nostro Paese sono già morte, a causa dell’infezione da Covid-19, oltre 22.000 persone. Per la maggior parte delle volte, per chi ascolta queste sconvolgenti notizie si tratta soltanto di numeri, di nomi e cognomi che rimangono per i più astratti, lontani. Ma per chi li ha conosciuti e amati quei nomi hanno dei volti da poter riconoscere, delle voci da poter ricordare, delle storie condivise da poter rivivere nella propria memoria. Anche noi, come chiesa locale, piangiamo uno dei tanti nomi colpiti da questa pandemia mondiale.

La sorella Ersilia è nata il 27/10/1926 ed ha iniziato a frequentare la chiesa nella metà degli anni 50, essendosi battezzata nel 1955. Si è sposata nell’ottobre del 1984 ed è rimasta vedova nel febbraio del 2001. È deceduta la domenica di Pasqua, ossia il 12/04/2020. In 93 anni di vita ha fatto innumerevoli errori, a volte scelte sagge e generose, insomma ha vissuto una vita come tante altre nel mondo. Poi, ad un tratto questo percorso è giunto al termine. Ad un tratto tutto finisce. Molte volte, in questi ultimi 2 anni, mi aveva confidato di essere stanca, voleva che il Signore la prendesse, fino a che quanto chiedeva si è realmente realizzato. Purtroppo, in questo drammatico periodo, dopo tanti anni passati insieme non è neppure possibile fare un funerale. Chi avrebbe mai immaginato una cosa simile anche soltanto 4 o 5 mesi fa? Non è possibile donare un ultimo saluto, portare un fiore, piangere il proprio defunto od accompagnarlo per l’ultima volta al luogo che accoglierà il suo corpo ormai privo di vita. Però una cosa possiamo farla: riflettere, riflettere seriamente e profondamente.

Sono certo che, se dovessi chiedere a 1000 persone se preferirebbero trovarsi ad una festa oppure in una casa colpita da un grave lutto familiare, otterrei da tutti la medesima risposta: una festa! Perché a tutti piace la gioia, la spensieratezza, l’allegria. Eppure, nella Bibbia troviamo questa dichiarazione.

Ecclesiaste 7:2 È meglio andare in una casa in lutto, che andare in una casa in festa; poiché là è la fine di ogni uomo, e colui che vive vi porrà mente.

Questa è sicuramente un'affermazione molto forte, tuttavia è importante prestargli attenzione. Non soltanto perché fu scritta da uno degli uomini più saggi della storia, ossia il re Salomone, ma soprattutto perché fu ispirata direttamente dalla bocca di Dio, il quale afferma: ponici mente, rifletti! Non importa chi sei ed in quale epoca e contesto economico e sociale ti trovi. Prima o poi, da semplice spettatore diverrai il protagonista di tale evento, da colui che partecipa al dolore altrui diverrai la causa di tale dolore. Arriverà quel momento che ti strapperà dalle persone care, che porrà fine a tutti i tuoi progetti, che riempirà di dolore coloro che rimarranno in vita senza di te.

La morte però non giunge come un'incidente di percorso, come un difetto di fabbricazione, ma come un giudizio sul nostro peccato. Il termine peccato deriva da una parola ebraica che significa lett. “ciò che non raggiunge lo scopo”.

1 Giovanni 3:4 Chiunque commette il peccato trasgredisce la legge: il peccato è la violazione della legge.

Peccare significa pertanto violare una legge che, al contrario, avremmo dovuto osservare per raggiungere lo scopo per cui siamo stati creati da Dio.
Ma quale legge viene violata e quale finalità ha tale legge? La risposta migliore in termini di sintesi e di esaustività è sicuramente quella data da Gesù stesso ad un fariseo, ossia ad un uomo religioso e molto esperto nella legge divina.

Matteo 22:36-40 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «"Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: "Ama il tuo prossimo come te stesso". 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti».

Viene violata la legge di un Dio di amore, che ha come finalità quella di far vivere ogni persona amando Dio con ogni briciolo di forza e passione ed il prossimo come sé stessi.
Purtroppo abbiamo tutti fallito, siamo incapaci di osservare una legge simile perché siamo per natura egoisti (amiamo noi stessi più di ogni altra cosa).

Romani 6:23/a Il salario del peccato è la morte

La morte quindi è la giusta retribuzione che meritiamo per la nostra condotta di vita. È il giudizio emesso da un Dio santo sul peccato … ed i nostri pensieri, le nostre azioni e le nostre scelte hanno manifestato, in modo più o meno evidente, che siamo dei peccatori. Hanno dimostrato che il nostro cuore non è ricolmo del desiderio di amare Dio con tutte le nostre forze ed il prossimo come noi stessi, ma è imprigionato dal desiderio di sfruttare ogni circostanza per ottenerne un beneficio personale. Infatti, anche se a volte non ce ne accorgiamo neppure, per natura siamo portati ad avvicinarci a Dio, mediante le opere religiose, non per amore, ma unicamente per ottenerne le benedizioni e per paura dell'inferno. Siamo portati inoltre ad avvicinarci alle persone non per servirle e renderle felici, ma per la nostra felicità. Davanti poi alle difficoltà od i conflitti siamo portati a fuggire, coltivare il rancore nel cuore o vendicarci perfino quando ci si relaziona con il coniuge, con degli amici o con i nostri figli.
Per grazia divina, tuttavia, il versetto appena letto non è terminato.

Romani 6:23 Il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore.

Dio, essendo Santo, non si può relazionare con dei peccatori, essendo Giusto non può non punirli, ma nella Sua misericordia ci ha offerto una via di salvezza.
Ed è proprio durante un funerale che Gesù fece una delle Sue dichiarazioni più belle.

Giovanni 11:1-6 C'era un ammalato, un certo Lazzaro di Betania, del villaggio di Maria e di Marta sua sorella. 2 Maria era quella che unse il Signore di olio profumato e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; Lazzaro, suo fratello, era malato. 3 Le sorelle dunque mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4 Gesù, udito ciò, disse: «Questa malattia non è per la morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato». 5 Or Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro; 6 com'ebbe udito che egli era malato, si trattenne ancora due giorni nel luogo dove si trovava.

Nella richiesta delle 2 sorelle vi troviamo implicitamente il desiderio che Gesù guarisse il loro amato fratello. Potevano contare sull’aiuto di Gesù perché sapevano che nutriva un forte affetto per tutti loro. Lazzaro, come tutte le altre persone prima di lui, si era ammalato, aveva sofferto ed era morto come naturale conseguenza del peccato. Tuttavia, Dio in persona stava per inserirsi in quella esperienza mortale per infonderle uno scopo preciso: dare gloria al Padre tramite l'azione amorevole e potente del Figlio. Gesù, per raggiungere tale obiettivo, non si precipitò immediatamente dal luogo dove si trovava (Perea, l’altra sponda del Giordano), che distava da Betania circa un giorno di cammino, ma decise di aspettare altri 2 giorni. Tale scelta non deve essere interpretata come un atto di freddezza o di mancanza di amore, perché Egli è l’unico che possedeva il quadro completo della situazione. Gesù, quando ricevette la notizia, era consapevole che Lazzaro era già morto da 1 giorno. Probabilmente spirò poche ore dopo che il messaggero lasciò la città di Betania. Attese pertanto affinché, quando sarebbe giunto, lo avrebbe trovato nella tomba già da 4 giorni. In tal modo, considerando anche il clima della Giudea, il suo corpo si sarebbe trovato già in uno stato di decomposizione. È importante sottolineare che la credenza popolare giudaica, non nata da rivelazioni bibliche ma sviluppatasi da elaborazioni rabbiniche alle stesse nel corso dei secoli, riteneva che l'anima di un defunto restasse in prossimità del corpo per 3 giorni, in attesa della resurrezione. Giunto il 4° giorno però lo avrebbe lasciato per sempre. Pertanto, Gesù era perfettamente conscio che la resurrezione di un uomo dopo 4 giorni avrebbe costituito, agli occhi di tutti, il segno più prodigioso che avesse mai compiuto in vita. Maggiore della resurrezione della figlia di Iairo o del figlio della vedova di Nain.

Giovanni 11:17-24 Gesù dunque, arrivato, trovò che Lazzaro era già da quattro giorni nel sepolcro. 18 Or Betania distava da Gerusalemme circa quindici stadi, 19 e molti Giudei erano andati da Marta e Maria per consolarle del loro fratello. 20 Come Marta ebbe udito che Gesù veniva, gli andò incontro; ma Maria stava seduta in casa. 21 Marta dunque disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; 22 e anche adesso so che tutto quello che chiederai a Dio, Dio te lo darà». 23 Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». 24 Marta gli disse: «Lo so che risusciterà, nella risurrezione, nell'ultimo giorno».

Nelle parole che Marta rivolse a Gesù vi potremmo leggere quasi un rimprovero, tuttavia sono ancora piene di rispetto e di fiducia. Ciò nonostante, non fu in grado di comprendere immediatamente la portata dell'affermazione di Gesù, relativa alla resurrezione del fratello. Ritenne infatti che stesse facendo riferimento alla speranza di ogni israelita fedele, ossia la resurrezione finale. Gesù tuttavia desiderava spostare la sua attenzione da una fede generica in un atto futuro promesso da Dio, ad una fede personale in Lui. Voleva toccare un cuore immerso nel dolore e donargli speranza e serenità mediante l’affermazione successiva.

Giovanni 11:25-27 Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26 e chiunque vive e crede in me, non morirà mai. Credi tu questo?» 27 Ella gli disse: «Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che doveva venire nel mondo».

L’intervento successivo è il punto focale del passo, il momento nel quale Gesù fece 3 dichiarazioni ed 1 domanda:
1° - Io sono la risurrezione e la vita: Io ho l'autorità di ridare la vita vincendo la morte.
2° - Chi crede in me, anche se muore, vivrà: Io userò tale autorità verso tutti coloro che entreranno nella morte avendo, in vita, creduto in Me (cioè coloro che ripongono in Lui la loro fiducia, non solo per un lontano futuro ma soprattutto per il loro presente, che vivono ascoltando la Sua parola e desiderano metterla in pratica tramite un'obbedienza fiduciosa).
3° - Chiunque vive e crede in me, non morirà mai: Io non permetterò che la relazione costruita con Me in vita sia interrotta dalla morte.
4° - Credi tu questo?: Ti fidi di me? Sei disposta a mettere tutta la tua vita nelle mie mani?

La risposta di Marta non tardò ad arrivare e fu completa ed esauriente: io credo che tu sia il messia promesso, l'unico vero Salvatore. Tale fiducia non fu delusa, perché i suoi occhi videro la resurrezione del fratello.

Gesù, per divenire concretamente il nostro Salvatore scelse di morire sulla croce, non per una punizione meritata, perché non peccò mai, ma per saldare il debito di morte che io e te avevamo acquisito con la nostra condotta. Come vittima innocente si sostituì ai colpevoli. Pagò Lui stesso il prezzo del perdono dei nostri peccati. Sperimentò volutamente l'effetto di una condanna non solo fisica, ma che toccò profondità spirituali che non saremo mai in grado di comprendere pienamente. Fu sepolto, ma trionfò e sconfisse per noi la morte con la Sua resurrezione, il segno per eccellenza della Sua divinità.

La domanda che rivolse quel giorno a Marta viene rivolta ancora oggi ad ogni persona che venga in contatto con il vangelo: credi in Me? Sei pronto a confessare realmente l'egoismo del tuo cuore ed a cambiare modo di vivere? Gesù è l’unica speranza di poter ottenere il perdono divino. La Bibbia è chiara in ciò che afferma: l'uomo può essere salvato unicamente per la sola grazia, ricevuta mediante la sola fede in Gesù.

Giovanni 3:36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui.

La domenica di Pasqua Ersilia ha esalato il suo ultimo respiro, ha lasciato in terra il suo corpo. Il giorno che ricordava al mondo la resurrezione di Gesù ricorderà a noi per sempre la sua morte. Eppure la sua storia non finisce qui. Se anche Ersilia, come me, ha creduto nel medesimo Salvatore e se, come me, ha sperato nel medesimo Signore, allora non è affatto un addio, ma un arrivederci. A presto Ersilia, ci rivedremo nella casa del Padre.

Patrick Galasso