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Il numero di bambini “mai nati”, ossia che non hanno mai avuto la possibilità di vedere la luce e ricevere dai propri genitori un nome che li identifichi, è incalcolabile. Non soltanto perché, dal momento della creazione umana ad oggi, sarebbe un censimento impossibile da fare, ma soprattutto perché, solitamente, rientrare in un elenco di morte è privilegio unicamente di coloro che prima sono stati reputati vivi. Fino a qualche decennio fa, il 25% dei concepimenti non raggiungeva le 20 settimane di gravidanza. Secondo studi recenti, nonostante la percentuale si sia ridotta grazie a svariati fattori legati ad un approccio medico scientifico sicuramente più all’avanguardia, l'aborto spontaneo resta comunque un evento piuttosto frequente. Infatti, circa il 15-20% di tutte le gravidanze si interrompono generalmente nelle prime settimane di gestazione.

Tale problematica quindi ha toccato e tocca ancora oggi moltissime famiglie. Le coppie che hanno perso almeno un figlio sono molte più di quanto pensiamo. Spesso ne veniamo a conoscenza solo dopo che questo doloroso argomento viene toccato. Perfino nella nostra piccola chiesa sono almeno 5 le famiglie che hanno dovuto affrontare un simile trauma, tra cui la mia. Nel nostro caso fu una vera e propria sorpresa, infatti Miriam non sapeva neppure di essere rimasta incinta. Avvenne così che una notte, verso la fine di agosto del 2019, tra forti dolori si accorse di aver perso il nostro terzo figlio. Ma per molti altri genitori il trauma ed il dolore sono molto più intensi del nostro. Persone che hanno atteso a lungo la possibilità e la gioia di divenire genitori. Poi finalmente si affaccia la speranza, il test è positivo. Le settimane passano, la casa inizia a subire delle modifiche al fine di poter accogliere un nuovo membro della famiglia nel modo migliore. Si iniziano a fare sogni e progetti a suo riguardo. Poi i sogni si trasformano in incubi.

In che modo può essere consolato chi ha subito una simile perdita? In che modo possiamo essere consolati se, tale perdita, l’abbiamo subita noi?
Il dolore di una madre e di un padre che scoprono che non potranno mai abbracciare il loro bambino è immenso. In tali momenti non ci sono parole in grado di compensare il vuoto che tale mancanza crea. Ma dopo alcuni giorni, mesi, forse per alcuni anche anni, alcune domande sorgono nella loro mente. Chi si pone tali domande ha diritto di ricevere risposte fondate, certe e non unicamente emotive o teoriche. Domande scomode, legate ad un argomento poco trattato, ossia la morte dei bambini.
Dove è finito il mio bambino? Anche se il suo cuore ed il suo cervello non hanno avuto il tempo di formarsi, ha anch’esso un’anima? Ha uno spirito? Cosa avviene dopo la morte di un bambino che non ha avuto il tempo di poter uscire dal grembo materno?
Oppure, cosa avviene all’anima di un bimbo di pochi mesi o di qualche anno di vita? Cosa accade a degli adulti con disabilità mentali tali da non aver mai permesso loro di poter effettuare scelte morali? Il Creatore ha un progetto eterno anche per loro?

Se per molte persone tali domande saranno semplicemente delle curiosità intellettuali, per molte altre significa cercare una risposta in grado di poter donare la pace al proprio cuore. Per coloro che hanno subito un aborto spontaneo, oppure che hanno volontariamente causato la morte del proprio bambino e poi se ne sono pentiti, oppure per coloro che hanno un figlio con una forte disabilità mentale non è un argomento da poco.
La Bibbia affronta questo argomento? La Parola di Dio è in grado di darci delle risposte esaustive? Possiamo sapere direttamente dalla voce di Dio che ne è stato dei nostri bambini? Possiamo udire parole in grado di incoraggiarci e donarci un profondo senso di pace e di speranza?

Ritengo di sì, che non sia in grado di darci unicamente una consolazione psicologica od emotiva. Una consolazione, per essere considerata tale, deve essere vera. Altrimenti non è altro che uno stordimento simile a quello provocato dall’alcol, da una droga oppure da un farmaco in grado di agire sul nostro sistema nervoso per placarlo, senza tuttavia aver agito sulle cause che avevano creato quel disagio.
In questo breve studio cercherò di dare delle risposte a …

4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
Quando inizia la vita di una persona? Dov’è adesso il mio bambino? Ogni vita ha valore davanti a Te? Conoscerò mio figlio in cielo?

I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona?

Genesi 1:27 Dio creò l'uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina.
Genesi 2:7 Dio il SIGNORE formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un'anima vivente.
Genesi 4:1/a Adamo conobbe Eva, sua moglie, la quale concepì e partorì Caino
Genesi 5:3 Adamo visse centotrent'anni, generò un figlio a sua somiglianza, a sua immagine, e lo chiamò Set

Ogni persona è stata creata da Dio a sua immagine e somiglianza, pertanto ha un corpo fisico ed un’anima immortale. Tale principio, compreso ovviamente un’immagine deturpata dal peccato, si è esteso da Adamo in avanti, perché ogni persona concepita e poi partorita riflette le caratteristiche vitali di coloro che l’hanno generato.

Giobbe 3:1-4 Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita. 2 E cominciò a parlare così: 3 «Perisca il giorno che io nacqui e la notte in cui si disse: "È stato concepito un maschio!" 4 Quel giorno si converta in tenebre, non se ne curi Dio dall'alto, né splenda su di esso la luce!

Sappiamo che Giobbe, nel momento in cui pronunciò tali parole, stava attraversando un momento di grandissimo dolore a causa di quanto gli era accaduto. Aveva perso non solo tutti i suoi beni ma anche i suoi dieci figli. Per evidenziare tutta la propria disperazione affermò che avrebbe preferito non aver mai goduto delle ricchezze piuttosto che poi perderle, non aver mai avuto figli piuttosto che vederli morire tutti insieme.
In che modo lo dichiarò? Affermando che sarebbe stato meglio non essere mai nato che vivere con tale peso. Che sarebbe stato meglio che il giorno della propria nascita fosse cancellato, oscurato, eliminato dalla storia dell’umanità.
Ma quale giorno? Non quello in cui uscì dal grembo materno ma quello in cui, durante la notte, padre e madre lo concepirono. In quel momento la sua vita ebbe inizio.

Salmo 22:9-10 Sì, tu m'hai tratto dal grembo materno; m'hai fatto riposare fiducioso sulle mammelle di mia madre. 10 A te fui affidato fin dalla mia nascita, tu sei il mio Dio fin dal grembo di mia madre.

Con due semplici versetti Davide afferma che fu Dio a permettergli di uscire dal grembo materno. Inoltre dichiara che la madre, nel momento in cui si accorse di essere rimasta incinta, affidò la sua vita al Signore. Ciò avvenne nel momento della sua nascita come persona, quando tuttavia era ancora all’interno del corpo della madre stessa.

Salmo 139:1 Al direttore del coro. Salmo di Davide. SIGNORE, tu mi hai esaminato e mi conosci.

Questo salmo di Davide ha la finalità di esaltare tre caratteri divini in particolare, ossia la sua onniscienza, onnipresenza ed onnipotenza. Tali caratteristiche divine hanno un impatto dinamico nell’esistenza di ogni vita, compreso ovviamente la sua. Davide era perfettamente consapevole che Dio, in quanto onnisciente, avesse una conoscenza perfetta e mediante essa una cura particolare per lui, fin nei minimi dettagli e prima ancora che uscisse dal grembo materno. Conosceva la sua personalità prima che si manifestasse al mondo, prima che Davide stesso iniziasse ad avere coscienza di sé stesso.

Tali principi possono ovviamente essere applicati ad ogni altra persona, anche a noi. La nostra personalità è più di un semplice processo chimico che si sviluppa dentro il nostro cervello e la nostra anima non è unicamente un’elaborazione dello stesso. In caso contrario, la nostra essenza spirituale sarebbe inesistente e la nostra vita si limiterebbe unicamente alla nostra esperienza terrena.

139:4, 7-8, 11-12 Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua, che tu, SIGNORE, già la conosci appieno. 7 Dove potrei andarmene lontano dal tuo Spirito, dove fuggirò dalla tua presenza? 8 Se salgo in cielo tu vi sei; se scendo nel soggiorno dei morti, eccoti là. 11 Se dico: «Certo le tenebre mi nasconderanno e la luce diventerà notte intorno a me», 12 le tenebre stesse non possono nasconderti nulla e la notte per te è chiara come il giorno; le tenebre e la luce ti sono uguali.

Noi oggi, mediante l’ecografia, siamo in grado di osservare ciò che accade nel luogo più intimo e buio per un feto, ossia il grembo materno. Ma non possiamo che notare lo sviluppo del suo corpo. Dio, a differenza di noi, vede anche la sua personalità e veglia su essa.
Davide infatti, con le affermazioni del vr. 4, non dichiarava soltanto che prima che la sua mente formulasse qualsiasi pensiero Dio ne fosse già a conoscenza, ma che era in grado di comprendere le intenzioni del suo cuore. La parola è espressione della personalità ed ogni persona ne possiede una. Ogni persona ha una personalità che la rende unica, simile a molte altre eppure distinguibile da tutte quelle venute fino a quel momento all’esistenza e da quelle che esisteranno fino alla fine dei tempi. Possiamo quindi affermare che Dio conosce la personalità di ogni essere fatto a sua immagine, seppure essa non abbia ancora oppure non avrà mai la possibilità di svilupparsi e manifestarsi mediante parole, gesti e scelte.
Inoltre Dio, in quanto onnipresente, è presente nel luogo dei vivi come in quello dei morti, si relaziona con le persone in una dimensione extra temporale poiché egli è eterno.
Se per noi una vita è degna di essere chiamata tale a fronte di un lungo periodo vissuto e di molte esperienze fatte ed opere compiute, per Lui ha valore in quanto tale, poiché riflette la sua immagine mediante la personalità.

La nostra personalità ci caratterizzerà per sempre, non soltanto durante la nostra esperienza terrena. Immaginatevi un uomo od una donna che, dopo una vita passata a servire ed amare Dio, a causa della demenza senile o di una malattia degenerativa “perde” di fatto la personalità che lo aveva caratterizzato fino a pochi anni prima. La perderà per sempre? No. Poiché Dio promette che la vittoria della vita sulla morte si manifesterà anche mediante la resurrezione fisica, non tornerà forse a manifestare quella personalità, purificata dagli effetti del peccato, mediante un corpo glorificato? Certo.
Allo stesso modo, come la personalità di un uomo non muta agli occhi divini nonostante l’età avanzata od una malattia, la personalità di un feto si manifesterà in tutta la sua complessità e pienezza quando Dio le darà la possibilità di farlo.

139:13-16 Sei tu che hai formato le mie reni, che mi hai intessuto nel seno di mia madre. 14 Io ti celebrerò, perché sono stato fatto in modo stupendo. Meravigliose sono le tue opere, e l'anima mia lo sa molto bene. 15 Le mie ossa non ti erano nascoste, quando fui formato in segreto e intessuto nelle profondità della terra. 16 I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo e nel tuo libro erano tutti scritti i giorni che mi eran destinati, quando nessuno d'essi era sorto ancora.

Non solo Dio è in grado di osservare il nostro corpo in fase di trasformazione, ma è Colui che permette tale evento. Noi, in qualità di genitori, siamo unicamente strumenti che Dio utilizza per innescare il processo della vita, ma è Lui che la crea. La gestazione stessa è una sua idea, manifestazione dell’onnipotenza divina di concedere alla vita di sviluppare altra vita. Infatti, anche se è innegabile che la nascita di un bambino avvenga in virtù dell’atto di un uomo e di una donna legato al concepimento ed anche se il codice genetico del bambino deriva da quello del padre e della madre, resta il fatto che sia Dio ad aver creato il nostro DNA. È un suo progetto. Ma poiché non siamo unicamente della materia vivente, ha pensato alle sfumature della tua personalità ed a come il tuo corpo avrebbe poi messo in atto tali caratteristiche, tali talenti, mentre era ancora una massa priva di forma. Dio continua a ritenersi il Creatore di ogni singola vita. Non ha unicamente creato un ingranaggio che poi va avanti in modo del tutto autonomo ed indipendente da Lui. Egli è intimamente coinvolto in ogni aspetto del suo sviluppo fisico e mentale, anche quando decide sovranamente che tale sviluppo debba interrompersi o che debba manifestarsi con delle limitazioni più o meno gravi. Dio ha un progetto per ogni essere vivente e possiede il controllo assoluto su ogni vita, anche su quelle che non vedranno mai la luce. È Lui che decide l’inizio, la durata e la fine della nostra esistenza. Se ne decide l’inizio, ciò significa che è Lui a permettere che il concepimento abbia inizio. Ogni vita è un dono suo e durerà per il tempo che il datore della vita ha determinato nella sua infinita saggezza e per il piano che ha stabilito per essa.

Davide afferma quindi che mediante la sua onniscienza Dio conosce la personalità di ogni bambino, anche quelli mai nati, mediante la sua onnipresenza non li abbandona mai a loro stessi e mediante la sua onnipotenza decide nel dettaglio la qualità e la durata della loro vita.
Quanto detto non si evince unicamente da questo salmo e non è applicabile unicamente a Davide, perché altri hanno affermato le medesime cose. Infatti, anche nei passi seguenti vedremo l’onniscienza e l’onnipotenza divina all’opera nella vita di altre persone.

Geremia 1:4-5 La parola del SIGNORE mi fu rivolta in questi termini: 5 «Prima che io ti avessi formato nel grembo di tua madre, io ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, io ti ho consacrato e ti ho costituito profeta delle nazioni».

Geremia ricevette da Dio la vita per uno scopo ben preciso, essere un profeta dell’Eterno, qualcuno che avrebbe parlato agli uomini da parte del loro Creatore. Tale finalità era per lui scritta dal momento del concepimento, prima ancora che il suo corpo iniziasse a prendere forma nel grembo materno. Anzi, poiché Dio vive uno stato eterno, era una persona intimamente amata da Lui prima ancora del suo concepimento.

Luca 1:13-17 Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, perché la tua preghiera è stata esaudita; tua moglie Elisabetta ti partorirà un figlio, e gli porrai nome Giovanni. 14 Tu ne avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno per la sua nascita. 15 Perché sarà grande davanti al Signore. Non berrà né vino né bevande alcoliche, e sarà pieno di Spirito Santo fin dal grembo di sua madre; 16 convertirà molti dei figli d'Israele al Signore, loro Dio; 17 andrà davanti a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per volgere i cuori dei padri ai figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, per preparare al Signore un popolo ben disposto».

Elisabetta, discendente di Aronne, era la moglie del sacerdote Zaccaria ed era sterile.
Era anche una parente di Maria per lato materno, in quanto la madre del Messia era discendente di Giuda per lato paterno. Dopo anni di intense preghiere, il Signore decise di donare un figlio a questi servi fedeli, ormai avanti nell’età. L’angelo Gabriele, che portò il lieto annuncio al padre direttamente nel luogo santo del Tempio, comunicò perfino il nome che avrebbero dovuto attribuirgli per scelta divina, Giovanni (lett. “YHWH ha mostrato la sua grazia”). Il bambino sarebbe stato un nazireo dalla nascita, come Sansone o Samuele, consacrato a Dio per annunciare con forza un messaggio di ravvedimento ad Israele.

Luca 1:41-44 Appena Elisabetta udì il saluto di Maria, il bambino le balzò nel grembo; ed Elisabetta fu piena di Spirito Santo, 42 e ad alta voce esclamò: «Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto è il frutto del tuo seno! 43 Come mai mi è dato che la madre del mio Signore venga da me? 44 Poiché ecco, non appena la voce del tuo saluto mi è giunta agli orecchi, per la gioia il bambino mi è balzato nel grembo.

Dopo tale annuncio, il medesimo angelo si diresse dopo qualche mese anche da Maria, per annunciarle che sarebbe da lei nato il Salvatore, nonostante la sua verginità. Quando seppe da Gabriele che anche Elisabetta era rimasta incinta in modo miracoloso, andò a trovarla.
Giovanni non era ancora uscito dal grembo materno, tecnicamente non era ancora nato. Eppure gli era stato già dato da Dio un nome che avrebbe definito la sua personalità e possedeva già uno spirito in comunione con lo Spirito Santo. Fu la terza persona della Trinità a concedergli la capacità di avere una reazione di esultanza quando percepì la presenza di colei da cui sarebbe nato il Messia.

Galati 1:15-16/a Ma Dio che m'aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque 16 di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi fra gli stranieri.

Paolo è nato all’interno del popolo di Israele e si è distinto per la propria religiosità.
Mosso da uno zelo inteso finì per scambiare i seguaci di Cristo per una setta da soffocare velocemente. Tuttavia, la scelta sovrana dell’Eterno di usarlo come apostolo ha determinato il suo destino, al punto di renderlo uno strumento per annunciare la grazia del vangelo ai gentili. Con tali parole Paolo stava affermando che la cura divina non ha iniziato a manifestarsi, nei suoi confronti, dopo che il suo cuore scelse di arrendersi al vangelo della grazia, ma che Dio aveva preparato un percorso per lui prima ancora che uscisse dal grembo materno e che tale percorso si iniziò a manifestare nel momento del suo concepimento.

Geremia e Paolo sono stati scelti come persone da usare fin da dentro il grembo materno perché erano già delle persone. Lo Spirito Santo dimorava nello spirito di Giovanni prima del parto perché ne possedeva già uno. È Dio che permette ad ogni gravidanza di raggiungerne il termine. È Lui a controllare i destini dei nostri figli nel momento in cui vengono all’esistenza, ossia nel momento in cui vengono concepiti. Ogni concepimento produce vita ed ogni essere vivente concepito da due persone è anch’esso una persona.
Poiché ogni vita che viene interrotta muore, dal concepimento in avanti si può affermare che la morte abbia interrotto la vita di una persona, indipendentemente dall’età che la persona aveva nel momento della morte. Dio non inizia ad interessarsi ad una persona nel momento in cui esce dal grembo materno, ma nel momento in cui la sua vita viene concepita. Egli ha un percorso vitale stabilito per ogni essere fatto a Sua immagine, anche se per molti di essi tale percorso è molto breve.

Per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Uno di loro non è semplicemente scomparso, estinto, vaporizzato. Forte di tale convinzione sto cercando di dare delle risposte a … 4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento

Dio stesso afferma di amare e di avere dei progetti per ogni persona che riceve il privilegio del dono della vita, mediante l’esistenza. Mediante la sua onniscienza conosce la loro personalità, mediante la sua onnipresenza non li abbandona mai e mediante la sua onnipotenza decide nel dettaglio la qualità e la durata della loro vita. Parole di speranza per me, ma anche per te, se hai fatto la mia stessa esperienza oppure se la farai in futuro.

Patrick Galasso

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Agostino d’Ippona, considerato una padre della chiesa e vissuto tra il IV° e V° secolo, volendo difendere l'assoluta necessità di Cristo per la salvezza dichiarò che i bambini che muoiono senza battesimo sono “consegnati all'inferno con una pena mitissima”. Aveva compreso che la salvezza è associata alla grazia, ma ritenendo che la stessa fosse comunicata nel sacramento del battesimo, era certo che il peccato originale avrebbe di fatto impedito ai neonati di andare in cielo. Da ciò si consolidò l’idea del Limbo. Limbo significa orlo, bordo. Nella concezione dantesca dell'aldilà costituiva il primo cerchio dell'Inferno. Nella concezione teologica del cattolicesimo invece è sia il luogo che lo stato spirituale in cui ci si trova sì privati di una pena, ma anche della beatitudine legata alla comunione con Dio. I bambini pertanto, non avendo colpe concrete, restano in uno stato di gioia e tranquillità parziale poiché, in tale condizione, non ci sarà mai una felicità piena ed infinita. La teologia cattolica infatti, utilizzando l'espressione “ex opere operato”, il cui significato è che “opera attraverso le opere”, afferma che i sacramenti, tra cui il battesimo, sono uno strumento mediante il quale Cristo conferisce automaticamente la grazia. Ne consegue che il battesimo d'acqua, in quanto sacramento, sia in grado di rigenerare il bambino nel momento in cui lo riceve e di trasmettere il germe della fede allo stesso. Esso provvederebbe loro la garanzia della grazia, liberandoli dalle conseguenze del peccato e garantirebbe ai neonati di evitare il lato meno drammatico dell’inferno, unicamente a patto di aver vissuto abbastanza per poterlo ricevere. Nel 1563, durante il concilio di Trento, la chiesa cattolica ribadì che la salvezza dei neonati si basava sul battesimo, mentre nel 1951 papa Pio XII affermò che “nessun altro mezzo se non il battesimo è in grado di impartire la vita di Cristo nei piccoli fanciulli”. Successivamente, Papa Benedetto XVI, il 20 aprile 2007 approvò un documento della Commissione teologica internazionale nel quale si affermava che il tradizionale concetto di limbo rifletteva una “visione eccessivamente restrittiva della salvezza”. Il testo dichiara che “vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna. Vi sono ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini, poiché non si è potuto fare ciò che si sarebbe desiderato fare per loro, cioè battezzarli nella fede della Chiesa e inserirli visibilmente nel Corpo di Cristo”. Infatti, secondo il papa emerito Ratzinger, il Limbo non è mai stata una verità di fede ma un’ipotesi teologica, una tesi secondaria a servizio di una verità assolutamente primaria per la fede: l'importanza del battesimo, sacramento che deve essere prontamente amministrato.

Per noi protestanti, tale teologia non fa che annunciare da un lato un atto di grazia divina, ma dall’altro vincolando fortemente lo stesso ad un’opera umana. Crediamo che i sacramenti non conferiscano automaticamente la grazia a coloro che li ricevono, semplicemente per il solo fatto che li stanno compiendo, al di là della propria reale condizione spirituale.
Piuttosto, essi hanno semplicemente il compito di rappresentarla. Il battesimo d’acqua è sì un sacramento ordinato da Gesù in persona, ma non ha il potere di salvare nessuno. Ha lo scopo di mostrare a chi ci circonda la fede e l’obbedienza nei confronti del vangelo, una scelta personale che nessun neonato o piccolo bambino è in grado di effettuare consapevolmente.

In questo breve studio sto cercando di dare delle risposte a …
4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento

Nonostante il suo cuore ed il suo cervello non abbiano avuto il tempo di formarsi, per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Anch’esso/a con un’anima, ossia una personalità unica ed uno spirito immortale.

II^ Domanda: Dov’è adesso il mio bambino?

Sappiamo che vi sono passi biblici descrittivi ed altri prescrittivi, pertanto, anche quello che sto per leggere ha la finalità di descrivere quanto accaduto e non di avvalorare delle verità assolute. Anche se non mi baserò su questo passo, ma su altri, per avere delle risposte teologicamente esaustive su tale argomento, lo ritengo comunque in grado di farci riflettere circa la reazione diametralmente opposta di un uomo di Dio che amava il Signore e che lo conosceva intimamente, seppur fosse un peccatore e propenso alla ribellione come noi tutti.

2 Samuele 12:13-23 Allora Davide disse a Natan: «Ho peccato contro il SIGNORE». Natan rispose a Davide: «Il SIGNORE ha perdonato il tuo peccato; tu non morrai. 14 Tuttavia, siccome facendo così tu hai dato ai nemici del SIGNORE ampia occasione di bestemmiare, il figlio che ti è nato dovrà morire». Natan tornò a casa sua. 15 Il SIGNORE colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide, ed esso cadde gravemente ammalato. 16 Davide quindi rivolse suppliche a Dio per il bambino e digiunò; poi venne e passò la notte disteso per terra. 17 Gli anziani della sua casa insistettero presso di lui perché egli si alzasse da terra; ma egli non volle e rifiutò di prendere cibo con loro. 18 Il settimo giorno il bambino morì; i servitori di Davide non osavano fargli sapere che il bambino era morto; perché dicevano: «Quando il bambino era ancora vivo, gli abbiamo parlato ed egli non ha dato ascolto alle nostre parole; come faremo ora a dirgli che il bambino è morto? Potrebbe commettere un gesto disperato». 19 Ma Davide, vedendo che i suoi servitori bisbigliavano tra di loro, comprese che il bambino era morto e disse ai suoi servitori: «È morto il bambino?» Quelli risposero: «È morto». 20 Allora Davide si alzò da terra, si lavò, si unse e si cambiò le vesti; poi andò nella casa del SIGNORE e vi si prostrò; tornato a casa sua, chiese che gli portassero da mangiare e mangiò. 21 I suoi servitori gli dissero: «Che cosa fai? Quando il bambino era ancora vivo digiunavi e piangevi; ora che è morto, ti alzi e mangi!» 22 Egli rispose: «Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: Chissà che il SIGNORE non abbia pietà di me e il bambino non resti in vita? Ma ora che è morto, perché dovrei digiunare? 23 Posso forse farlo ritornare? Io andrò da lui, ma egli non ritornerà da me!»

Davide peccò davanti a Dio, scegliendo deliberatamente di divenire un adultero ed un assassino. Per poter avere Bat-Sceba fece leva sulla propria autorità regale e per coprirne le tracce evidenti, a causa del fatto che lei rimase incinta del re, fece in modo di esporre il legittimo marito, da mesi al fronte, a morte certa. Dopo che Natan, il profeta, lo accusò per quanto fatto, Davide si pentì amaramente e sinceramente, tuttavia tale gesto comportò una punizione divina che non si riversò sul re ma sul bambino nato da poco. Davide supplicò Dio non solo di ottenere il perdono divino per sé, ma anche di revocare tale decreto mediante un digiuno molto intenso. Ciò nonostante il bambino morì, ma la sua reazione fu per tutti sorprendente. I servitori credevano che Davide avrebbe potuto perfino uccidersi, invece era in pace. Tale stato d’animo non fu provato perché tanto ormai era morto e non c’era più nulla da fare; ossia, se Dio non avrebbe cambiato idea, tanto valeva tornare alla vita di prima. Conoscete un solo genitore che, dopo aver perso il proprio figlio, reagisca così: pazienza, ormai è andata, la vita continua? Soprattutto alla luce della consapevolezza della completa responsabilità di tale morte? Come ha potuto non finire schiacciato dal proprio senso di colpa? Perché sapeva che Dio lo aveva perdonato e che un giorno avrebbe rivisto suo figlio, che si sarebbero incontrati di nuovo nel luogo dove le anime riposano davanti a Dio.

Giobbe 19:26-27 E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. 27 Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno i miei occhi, non quelli d'un altro; il cuore, dal desiderio, mi si consuma!

Anche se la rivelazione, fino a quel momento, era parziale e non forniva ancora la certezza delle resurrezione corporale, non vi erano dubbi circa il fatto che l’anima di un credente sarebbe stata con Dio in eterno.

2 Samuele 18:33 Allora il re, vivamente scosso, salì nella camera che era sopra la porta e pianse; e nell'andare diceva: «Absalom figlio mio! Figlio mio, Absalom figlio mio! Fossi pur morto io al tuo posto, Absalom figlio mio, figlio mio!»
2 Samuele 19:1-4 Allora andarono a dire a Ioab: «Il re piange e fa cordoglio a motivo di Absalom». 2 E in quel giorno la vittoria si mutò in lutto per tutto il popolo, perché il popolo sentì dire in quel giorno: «Il re è molto afflitto a causa di suo figlio». 3 Il popolo in quel giorno rientrò furtivamente in città, come avrebbe fatto gente coperta di vergogna per essere fuggita in battaglia. 4 Il re si era coperta la faccia e ad alta voce gridava: «Absalom figlio mio! Absalom figlio mio, figlio mio!»

Reazione ben differente davanti alla morte di un altro suo figlio. Absalom aveva cospirato contro il padre per anni per divenire re al suo posto, aveva innescato una guerra civile ed aveva tentato di uccidere l’unto del Signore. All’annuncio della sua morte fu inconsolabile, perché aveva una certezza differente. A differenza del primo figlio, il suo pianto non cessò con la morte ma invece cominciò con essa. Forse perché teneva maggiormente a lui rispetto che all’altro bambino? Il testo non ci fornisce tale spiegazione. Ci dice unicamente che nel primo caso sapeva esattamente che avrebbe incontrato nuovamente il bambino alla presenza di Dio, mentre non aveva alcuna certezza di ritrovarvi Absalom. Infatti, a causa delle sue scelte egoiste, malvagie e ribelli e per le quali non manifestò mai in vita sua alcun pentimento, la sua vita fu simile a quella che spesso Davide aveva descritto nei salmi parlando degli empi.

Su cosa basava Davide la convinzione di rivedere suo figlio? Su quali basi teologiche possiamo poggiarci noi per credere con certezza che rivedremo i nostri bambini in cielo? Forse perché sono puri ed innocenti?

Geremia 19:4-5 infatti mi hanno abbandonato, hanno profanato questo luogo e vi hanno offerto profumi ad altri dèi, che né essi, né i loro padri, né i re di Giuda hanno conosciuto, e hanno riempito questo luogo di sangue d'innocenti; 5 hanno costruito alti luoghi a Baal per bruciare nel fuoco i loro figli in olocausto a Baal; cosa che io non avevo comandata, di cui non avevo parlato mai, e che non mi era mai venuta in cuore.

Dio era profondamente indignato dalla pratica abominevole con cui i pagani offrivano i propri bambini agli dei e che Israele aveva prontamente imitato. In questo passo, i bambini vengono considerati da Dio “innocenti”. Questo non significa che Dio li consideri allo stesso modo in cui noi solitamente li consideriamo. Nella nostra cultura, i bambini sono innocenti per natura. In altre parole nascono buoni, puliti e poi si contaminano a motivo di scelte sbagliate compiute a causa di una società corrotta. In realtà, nessuno nasce immacolato. Il seme di una pianta da frutto reca in sé già tutto il patrimonio genetico della pianta che si svilupperà da esso. Un melo non diverrà tale soltanto dopo aver prodotto poche o molte mele, al contrario, le mele saranno il risultato naturale della natura della pianta stessa. Allo stesso modo noi tutti siamo dei peccatori per natura e mostreremo la nostra natura nel tempo, con le scelte che compiremo. I bambini pertanto non diventano peccatori nel momento in cui commettono il loro primo peccato, piuttosto, lo commettono perché con esso manifestano la loro natura.

Genesi 1:28/a Dio li benedisse; e Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi; riempite la terra
Salmo 51:5 Ecco, io sono stato generato nell'iniquità, mia madre mi ha concepito nel peccato.

Davide, autore del salmo, non stava affatto considerando peccaminoso l’atto con il quale i propri genitori lo avevano messo al mondo. Infatti, l’atto sessuale come strumento mediante il quale la vita si sarebbe diffusa fu pensato da Dio per l’uomo prima che il peccato entrasse nel mondo. Piuttosto, Davide ribadiva che siamo peccatori per natura e che essa ci contraddistingue dal momento del concepimento in avanti. Nessun bambino nasce in una condizione di purezza o senza la presenza del peccato nel proprio cuore, ma con la predisposizione a fare il male.

Romani 3:23 tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio
Romani 5:12-15, 18-19 Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato... 13 Poiché, fino alla legge, il peccato era nel mondo, ma il peccato non è imputato quando non c'è legge. 14 Eppure, la morte regnò, da Adamo fino a Mosè, anche su quelli che non avevano peccato con una trasgressione simile a quella di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. 15 Però, la grazia non è come la trasgressione. Perché se per la trasgressione di uno solo, molti sono morti, a maggior ragione la grazia di Dio e il dono della grazia proveniente da un solo uomo, Gesù Cristo, sono stati riversati abbondantemente su molti. 18 Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini. 19 Infatti, come per la disubbidienza di un solo uomo i molti sono stati resi peccatori, così anche per l'ubbidienza di uno solo, i molti saranno costituiti giusti.

La Bibbia afferma senza ombra di dubbio che tutti gli esseri umani sono peccatori fin dal momento del concepimento. Ogni persona nasce moralmente corrotta e predisposta al peccato a causa della natura ereditata da Adamo. Quando lui peccò, l’umanità intera fu trascinata da lui nella medesima condizione di ribellione. Dato che il peccato agì nella sua natura interiore, deturpandola e degenerandola, tale natura divenne un’eredità scomoda per tutti coloro che in seguito sarebbero stati generati, da Caino fino ai nostri giorni. L’innata propensione alla trasgressione si ripercosse su tutti coloro che sarebbero stati generati da colui che, per primo, aveva trasgredito. Il fatto stesso che i bambini possano morire è la dimostrazione che nascono nel peccato, altrimenti la morte non avrebbe alcun potere su di loro. È solo questione di tempo. Crescendo, quei bambini apparentemente immacolati sceglieranno volontariamente di peccare allo stesso modo in cui ciascuno di noi lo ha fatto in precedenza. È nella nostra natura. Infatti, l’unico innocente che sia mai morto è Gesù, il quale ha deposto la propria vita volontariamente, caricandosi di peccati non suoi. Per redimerci Dio applicò il medesimo principio. Come la ribellione di uno ha portato la morte alla discendenza, l’obbedienza di un altro ha portato la vita a coloro che riporranno la fede in Lui. Ne consegue che ciascuno di noi ha la necessità di nascere nuovamente se vuole sperimentare una vita spiritualmente dinamica. Ma fino a quando ciò non accade, la nostra natura ci porterà a manifestare unicamente atteggiamenti, valori e scopi completamente condizionati dal peccato.

Ciò nonostante, Dio non considera i bambini responsabili del peccato nel medesimo modo in cui considera gli adulti, ossia persone in grado di peccare in modo volontario e deliberato nei pensieri, nelle parole, nelle azioni e nelle scelte.

1 Corinzi 6:9-10 Non sapete che gl'ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non v'illudete; né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, 10 né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio.
Galati 5:19-21 Ora le opere della carne sono manifeste, e sono: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20 idolatria, stregoneria, inimicizie, discordia, gelosia, ire, contese, divisioni, sètte, 21 invidie, ubriachezze, orge e altre simili cose; circa le quali, come vi ho già detto, vi preavviso: chi fa tali cose non erediterà il regno di Dio.
Colossesi 3:5-6 Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. 6 Per queste cose viene l'ira di Dio sugli uomini ribelli.

È fondamentale osservare che le persone sono sì peccatrici per natura, ma che la sentenza di giudizio nei loro confronti è sempre convalidata dalle opere. La condanna divina è sempre emessa in seguito ad inoppugnabili scelte volontarie peccaminose, siano esse attive o passive, esteriorizzate o semplicemente interiori. Dio non imputa ad una persona una colpa fino a quando non viene commessa. Pertanto, la condanna divina è sempre associata alle opere ed alle trasgressioni morali che vengono compiute come manifestazione dei pensieri e della volontà del cuore.

Giovanni 3:36 Chi crede nel Figlio ha vita eterna, chi invece rifiuta di credere al Figlio non vedrà la vita, ma l'ira di Dio rimane su di lui».

Inoltre, possiamo riassumere l’essenza del peccato nella ribellione operata a causa dell’incredulità. La fiducia in sé stessi porta all’incredulità nei confronti di Dio ed automaticamente alla disobbedienza nei suoi comandamenti. Non a caso, il peccato di Adamo ed Eva avvenne a seguito di una scelta deliberata, fatta da persone create immediatamente con la capacità di comprendere e di decidere.
Ma i bambini non sono in grado di manifestare alcuna scelta di fede, poiché non ancora in grado di distinguere il bene dal male o ciò che è vero da quanto è falso.

Romani 1:18-21 L'ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità con l'ingiustizia; 19 poiché quel che si può conoscere di Dio è manifesto in loro, avendolo Dio manifestato loro; 20 infatti le sue qualità invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si vedono chiaramente fin dalla creazione del mondo essendo percepite per mezzo delle opere sue; perciò essi sono inescusabili, 21 perché, pur avendo conosciuto Dio, non l'hanno glorificato come Dio, né l'hanno ringraziato; ma si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato.

Quanto detto, al contrario, non può essere applicabile per coloro che sono nati e vissuti in contesti completamente pagani, lontani dalla verità del vangelo. Verso tali persone l’ira di Dio, l’atteggiamento costante di un Dio santo davanti al peccato, si manifesta in quanto rei di non averlo cercato alla luce della testimonianza della creazione e delle loro coscienze. Mediante tali strumenti Egli si rivela sufficientemente per mostrare la sua potenza e correttezza morale. Ciò nonostante Dio afferma che non lo glorificano, ossia non gli danno l’importanza dovuta e non lo ringraziano, ossia lo cercano al massimo per sfruttarne i benefici ma non per instaurare una relazione di dipendenza e riconoscenza.

È in tal modo quindi che deve essere compresa l’idea di “innocenza” dei bambini nella Scrittura. Essi sono per natura corrotti, tuttavia, seppur istintivamente egoisti ed egocentrici, non hanno ancora avuto modo di ribellarsi volontariamente al Signore, di manifestare incredulità nei suoi confronti. Possono dire delle bugie, rubare il giocattolo ad altri bambini all’asilo, possono sfidare i loro genitori mediante una delle prime paroline che imparano a dire con grande determinazione … NO. Tuttavia non sono in grado di comprendere che tali azioni stanno offendendo un Dio santo e che richiede da loro un cambio di atteggiamento. Semplicemente, seguono il loro istinto e tale istinto è corrotto dal peccato insito in loro per natura. Non potendolo sapere, Dio non li ritiene responsabili di tali scelte e non si aspetta da loro che si ravvedano e si affidino a Gesù, che è morto anche per la loro salvezza.

Luca 2:42, 46-49 Quando giunse all'età di dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa 46 Tre giorni dopo lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri: li ascoltava e faceva loro delle domande; 47 e tutti quelli che l'udivano, si stupivano del suo senno e delle sue risposte. 48 Quando i suoi genitori lo videro, rimasero stupiti; e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io ti cercavamo, stando in gran pena». 49 Ed egli disse loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io dovevo trovarmi nella casa del Padre mio?»

Un bambino ebreo doveva, come avviene anche oggi, aver raggiunto i 13 anni di età per poter diventare “figlio della legge o del comandamento”, ossia un membro a pieno titolo della sinagoga. Solo da quel momento sarebbe stato ritenuto una persona moralmente responsabile delle proprie azioni davanti alle legge, obbligato a seguirne i comandamenti ed a pagarne direttamente e personalmente le conseguenze davanti a Dio ed al popolo, in caso fossero state infrante. Solo allora avrebbe iniziato ad assumersi tutte le responsabilità legate al fatto di essere nato nel popolo di Dio. I ragazzi inoltre avrebbero contato come membri del gruppo di dieci persone, richiesto per celebrare il culto, ed avrebbero potuto guidare le liturgie e leggere la Torah. Non dobbiamo sorprenderci se anche Gesù, raggiunta pressappoco quell’età, mostrò una consapevolezza della propria natura divina ed una determinazione forte nel voler perseguire la missione che il Padre gli aveva affidato. Seppur non fosse ancora indipendente dall’autorità dei propri genitori, realizzò la propria indipendenza relazionale nei confronti del Padre e si stupì che i genitori, non vedendolo, non lo avessero cercato subito nel Tempio.

Ovviamente non è possibile determinare il momento esatto in cui un bambino diventa responsabile della propria anima davanti a Dio. Ogni sviluppo mentale è unico nel proprio genere, proprio come ogni persona è simile ma allo stesso tempo unica rispetto al mondo che la circonda. Uno sviluppo morale maturo comporterà la capacità di comprendere, seppur a grandi linee e con la mente di un ragazzino, la differenza tra bene e male, legge divina e peccato, giudizio e grazia salvifica. Ne consegue che, se un bambino muore prima di aver raggiunto una condizione di maturità morale e di consapevolezza di peccato davanti a Dio, sia da Lui considerato oggetto della sua grazia. Stesso principio per coloro che sono sviluppati nel loro corpo, ma che a causa di difetti genetici o malattie mentali non sono in grado di essere considerati moralmente responsabili. A causa della loro natura necessitano anch’essi del perdono. Tuttavia, a differenza degli adulti, sono salvati unicamente e completamente per iniziativa divina, senza che la fede dell’individuo ne venga coinvolta.
Pertanto, come la divina volontà sovrana ha decretato una vita così breve per tali individui, allo stesso modo ha decretato il loro accesso alla Sua presenza per l’eternità.

Marco 10:13-16 Gli presentavano dei bambini perché li toccasse; ma i discepoli sgridavano coloro che glieli presentavano. 14 Gesù, veduto ciò, si indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano da me; non glielo vietate, perché il regno di Dio è per chi assomiglia a loro. 15 In verità io vi dico che chiunque non avrà ricevuto il regno di Dio come un bambino, non vi entrerà affatto». 16 E, presili in braccio, li benediceva ponendo le mani su di loro.

I bambini erano privi di importanza nella società giudaica. Soggetti all’autorità dei genitori, erano persone di cui doversi curare, non da rispettare. Gesù utilizzò i bambini piccoli come modello da seguire per i propri discepoli. Diventare come loro significava ribaltare la propria scala di valori dal punto di vista sociale, rovesciare i valori convenzionali ed accogliere quelli che venivano disprezzati. Vedeva inoltre in essi non tanto un esempio di purezza, ma un esempio di fiducia in ciò che gli adulti avrebbero loro insegnato, la semplicità, la dipendenza e l’incapacità di compiere opere meritorie.

Ma le sue parole andavano ben oltre. Il termine greco tradotto con “assomiglia” significa “tale come questo, di questo tipo o genere”. Se l’analogia della conversione spirituale si basava su un modello da loro visibile, sarebbe stato assurdo se il modello da lui utilizzato sarebbe stato poi di fatto scartato nel momento in cui uno di quei bambini sarebbe morto prematuramente. Infatti, questa è seconda volta in cui nei vangeli è scritto che Gesù si è indignato, l’altra è davanti alla mancanza di compassione dei farisei per la guarigione dell’uomo con la mano paralizzata da lui compiuta di sabato in una sinagoga. Inoltre, imporre le mani era segno di identificazione ed accoglienza. Nel farlo Gesù stava concedendo loro la propria benedizione, affermando che anche i bambini, di fatto ignorati dagli israeliti e reputati di scarso valore sociale, sono i cittadini del regno, sono quelli che vi entrano fisicamente.

Nessuno di loro potrà andare alla presenza di Dio perché lo ha meritato, oppure perché è innocente e puro, ma unicamente perché beneficerà inconsapevolmente dell’opera di Gesù. Infatti, esattamente come avviene anche per tutti gli adulti, nessuno potrà mai beneficiare della salvezza in virtù delle proprie opere di giustizia o per via di una sufficiente condizione morale. Ciò è possibile unicamente per grazia ed in virtù dell’opera completa compiuta da Gesù alla croce. La portata di quanto sto affermando è tale da considerarsi straordinaria, perché il beneficio dell’opera di grazia di Gesù va ad impattare miriadi di bambini di ogni epoca e cultura, anche le più immorali e lontane da Dio stesso. Bambini concepiti da genitori estranei a Dio, pagani, atei, spiritualmente morti.

Per poco più di un mese ho avuto tre figli, non due. Uno di loro non è semplicemente scomparso, estinto, vaporizzato. Forte di tale convinzione sto cercando di dare delle risposte a … 4 domande rivolte a Dio sul destino di mio figlio
I^ Domanda: quando inizia la vita di una persona? La vita inizia con il concepimento
II^ Domanda: dov’è adesso il mio bambino? È in cielo, alla presenza di Dio

E’ stato meglio avere un figlio per qualche mese piuttosto che non averlo mai avuto. Ora, con la personalità che lo avrebbe caratterizzato anche sulla Terra, ma senza alcuna traccia di peccato, è in cielo, alla presenza di Dio, potendolo godere per l’eternità.

Patrick Galasso

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